Archivio degli articoli con tag: viltà varie
La ragione c’hai non te lo sto nemmeno a dire.
Quest’anno compio dieci anni di università. Tanti auguri a me.
Sono (siamo) il risultato di una classe media di genitori pieni di premure. Che hanno letto i libri di pedagogia e fatto tutti i corsi di aggiornamento. Che si sono ritrovati classe media anche se erano figli di gente che aveva solo la quinta elementare o ha passato la vita dentro la marzoli e non ha avuto tempo di godere la pensione.
Fai quello che vuoi tesoro, basta che tu sia felice. Ti aiutiamo, ti supportiamo.
Sopportiamo le tue periodiche crisi di scoramento e siamo genuinamente convinti che ogni passo in avanti nel sistema formativo sia un’avanzamento di vita, carriera, possibilità. Per noi è stato così, perché per te non dovrebbe esserlo. Abbiamo iniziato ad essere insegnanti a 20, 21 anni e abbiamo edificato il tempo pieno. C’era da cambiare un modo di fare lezione e in parte l’abbiamo fatto. Andiamo in pensione 35 anni più tardi scampando d’un pelo il rischio d’essere esodati e ti portiamo ancora sulle spalle, figlia.Ti proteggiamo a suon di bonifici mensili.
Talvolta vedo infondo agli occhi di mio padre -che sono azzurri e non marroni come i miei- una crepa da cui affiora il dubbio che tutto questo sostenermi sia stato una fregatura e che il tempo che avevo per rendermi indipendente sia finito. Tuttavia non sono in grado di smetterla di essere generosi, di rovesciare d’un colpo tutte le loro convinzioni, il loro credere nella cultura. Piuttosto ti pago ancora un corso, le tasse per un altr’anno e vedrai che alla fine qualcosa salterà fuori. Vai, vai all’estero a  vedere com’è. Magari lì è meglio.
E’ per questo che ci vediamo poco e che tutte le sere al telefono metto su piccole commedie di vita quotidiana regolata.
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In città sembra di stare dentro una tinozza umida. Ogni poro stilla sudore e tutte le sere nuovi insetti che volano e pungono si affollano in cucina. Il ventilatore vortica pigro, a schiacciare il tasto per aumentare la velocità temo si stacchi dal soffitto.Di sabato gli aerei che atterrano al Marconi volano bassissimi, non so, forse per il traffico fanno una rotta diversa che li porta a sfiorare i tetti delle case. Ogni giorno ho almeno quattro idee diverse e non sopporto quasi nessuno. Me ne rendo conto perché tratto male le persone. Taglio via le conversazioni per stanchezza ed imbarazzo. Questo dall’interno. Dall’esterno sembro solo sgarbata.

L’altro giorno ho fatto esami ad un’ottantina di persone. Due ragazze sono rimaste ad assistere a tutte le interrogazioni segnandosi le domande. Alla fine ho chiesto loro, dato che avevano sentito tutte le domande di sceglierne una, tanto di sicuro l’avrebbero fatto meglio di me, ma non ne sono state in grado. Ventisette e Ventinove. Poi c’era un ragazzo che non sapeva niente e io lo fissavo e intanto guardavo la foto sul badge. E il badge diceva capelli lunghi e ricci, ma il ragazzo che avevo di fronte che comunque non sapeva niente aveva la pelle di chi è passato attraverso un calvario ospedaliero e i capelli stavano ricrescendo appena. E io sentivo queste cose ma in maniera confusa e non cosciente e quando lui di fronte al mio invito a tornare a settembre ha esplicitato la parola malattia io non ho potuto fare altro che appioppargli un diciotto. E lì mi è parsa anche una cosa sensata mentre poi ripensandoci a sera quando mi sono sfilati davanti tutti gli altri e il neorealismo e visconti e francesco rosi e questi studenti non sanno niente ma forse è il libro che non li aiuta più di tanto mi sono pentita d’avergli dato quel voto di merda e avrei dovuto semplicemente lasciare scegliere a lui. Forse. E allora mi sono immaginata il ribollire dei commenti sulla mia persona, sulle domande inadeguate che faccio, sul ruolo di protoassistente che mi sta come una giacca larga e ho pensato che posso sopravviere ma al prossimo esame non farò sedere nessuno in prima fila e chiamerò il garante d’ateneo per farmi dire la policy da tenere nei confronti degli studenti malati-ex malati-che non sanno parlare italiano e sono italiani-che non sono italiani e che non sanno parlare italiano- che sputano-che si mettono  a piangere-che ti guardano con odio-che parlano senza che tu sappia come fermarli.

Sto scrivendo un articolo e faccio fatica. C’è stato un tempo remotissimo in cui scrivere era qualcosa di spontaneo, naturalissimo, non ricercato. Poi s’è inceppato un meccanismo e io testarda continuo a scribacchiare in lingua di saggio, in lingua di prosa facendo solo fatica e non trovando mai un risultato che posso dire soddisfacente. Non mi piace la forma che assumono i miei ragionamenti in forma scritta, se do vita ad un personaggio questo parla una lingua piatta e fa azioni scontatissime. Quelli che dicono che i loro personaggi prendono vita da soli e si limitano a seguirli io li scuoierei scudiscerei scalperei e via con tutta una progressione di torture con la esse.

Mi rendo conto di essere stanca quando non reggo gli status su fb. In particolare quelli che riguardano il lavoro. Io sperabilmente prima o poi ce l’avrò un lavoro e spero di ricordarmi del dolore piccolo che ho provato tutte le volte in cui un conoscente o un amico ha cambiato il suo status lavorativo per rivendicare che sì, lui ce l’aveva fatta e aveva agguantato un impiego. Tutte le volte che questo accade ripercorro a ritroso tutti i bivi che mi hanno portata qua, estate duemilatredici, ventinove anni, il dottorato senza borsa e i miei piagnistei sul precariato, sulle potenzialità  che ho realizzato. E il teatro e la scrittura e l’università e i campi. Zappare zappare zappare. No, persino la vendemmia hanno rifiutato queste mani mie delicate.

Poi suona il telefono e dall’altra parte qualcun altro che ha davvero troppo tempo libero mette insieme delle frasi sconnesse che hanno me al centro. Mi chiede conto di cose che ho detto, fatto, pensato, ipotizzato in passato con una precisione da stenografa. E io cerco di smarcare, alleggerire, fare battute ma le mie parole non hanno peso, hanno peso solo le sue, l’inesausta interrogazione sulla mia persona e io che cerco di spiegare che al centro c’è solo un vuoto di interesse mio nei confronti di lei, non la quiete suprema di chi ha compreso l’esistenza. Aggettivi come sacerdotale e materna non si adattano di certo alla mia persona. E la morale è non accettare i doni eccessivi anche quando ipotizzi che non avrebbero fatto male.

 

-ciao
-me l’hai portato un regalo?
-tieni
-il mio batterista farebbe di tutto per una spillina con jack nicholson
-….
-di che cos’è?
-di una manifestazione che fanno qua in città
-sicura che non me la chiedi indietro?
-prenditi il rischio

-tu sembri una che fa a botte.fai a botte?
-no non ancora.

-ti piace questa medaglia?
-anche no
-vedi tu sei casual
-suona come un insulto
-un po’

Tu che dici spesso che ti piacciono le persone accoglienti, quelli che ti invitano a pranzo. T’invitassi domenica diresti che hai da fare. Oltre le tue spalle, che mi dai per tre quarti, intercetto un gesto volgare del batterista a dire “ammazza quanto cucchi” Mi sento un’idiota.Conto fino ad otto. Vado via.Il concerto era bellissimo.

Agata, da quando è dimagrita, si piace moltissimo. Non che prima non si piacesse ma adesso con le gambe snelle e le ginocchia puntute che spuntano da una serie di gonnelline taglia trentaquattro può dire, finalmente dopo anni, di riconoscersi.
Chi le stava intorno avrebbe scommesso che era accaduto nel giro di poco, qualche mese o poco più. Lei invece sa che non è così. Aveva iniziato dopo la maturità a spalmarsi una melma appiccicosa intorno alle cosce e ad avvolgerle nella stagnola, stando attenta a non farsi notare dalle coinquiline. A quel tempo però le piaceva ancora mangiare schifezze e fare abbondanti colazioni con caffè e brioche alla crema.
La crema. Che schifo. Una mattina al bar le servono una brioche alla crema e la svuota dal ripieno sotto gli occhi costernati della barista. Poi ne mangia solo metà.
Aveva proseguito misurando ogni sera la distanza tra le cosce. Quando una conoscente era sparita per qualche mese per ricomparire poi visibilmente più magra aveva inghiottito l’umiliazione e le aveva chiesto di spiegarle. Lei le aveva passato una complicata tabella per il calcolo delle calorie. Agata, da sempre portatissima per le cose matematiche, aveva capito al volo. Basta carboidrati. E così aveva fatto. Da ragazza tondetta e resistente è diventata una cosina piccola e leggera che, a caricarla sulla canna della bici non pesa niente. Insieme ai chili di troppo se ne sono andate le battute brillanti e una certa disposizione battagliera che si sa, stona con gli short, gli stivaletti e il chiodo in plastica dell’h&m.

Un giorno successe che Chiara impazzì. Io non la conoscevo per niente bene. Dicevano che la coinquilina aveva chiamato l’ambulanza dopo giorni in cui non la vedeva uscire dalla sua camera. L’avevano portata in una clinica verso San Lazzaro. Era caldo. Io a trovarla non ci sono mai andata. C’andava Simone e poi mi raccontava che non gli sembrava che stesse male. Dopo una settimana arrivò sua madre e la portò via. Chiara si riprese, visse altrove in Italia e all’estero e non finì mai l’università. Noi per un po’ girammo inquieti, come non credessimo che una città come quella in cui avevamo scelto divivere potesse essere tanto crudele da permettere che una ventenne impazzisse di colpo. Ci scrutavamo più a lungo nello specchio e nelle vetrine sperando di riuscire ad intravedere un sintomo che ci consentisse di capire che stavamo per perdere il senno. Continuammo ad andare a lezione, a studiare,a svegliarci e a dormire tardi, a fare le cose normali solo che costavano più fatica. Dopo un po’ finì anche quel senso lì e ci preoccupavamo di qualcosa d’altro che ora non ricordo.

PUAH. Gigante, preverbale, contorto.
Nato dalle parole che dicono una cosa e ne significano un’altra. La mia memoria rancorosa che riunisce i punti e la conseguenza è sempre dolore: “Non è così. Sta mentendo. Stanno mentendo. Ci stanno mentendo”. E provare a dirlo, è evidente ma nel passaggio dalla testa al fiato le parole perdono potenza, si intrecciano, scivolano e vanno giù.Mi abbandonano. E diventa la mia parola contro la tua, il mio parere contro il tuo e non c’è verità oggettiva cui appigliarsi, fluttuiamo sospesi, ogni tanto qualche scossone. E nemmeno troviamo un nemico, uno solo. Poteri tanti, frammentati. Ridatemi Creonte, ridatemi Kossiga.

Mentre pulisco il bagno e  – che averci due case significa averci due bagni da pulire. Pensa ad avere due culi mi ha risposto un amico- e fuori nevica fittissimo mi viene su come un’epifania un ricordo violentissimo della festa della Minimum Fax di due anni fa, quando ho incontrato Scurati ed ero veramente ubriaca e prima gli ho chiesto se fosse lui e lui -gentile- ha confermato. Poi io gli ho sbrodolato contro un’invettiva contro l’inesperienza e basta con questo fatto d’aver visto la prima guerra del golfo bevendo birra sul divano e la birra la bevevi tu, io al massimo il fruttolo. E a lui è passata sulla faccia un’espressione brutta di dolore e fastidio e se n’è andato, giustamente, e io per un po’ sono stata persino contenta nell’illusione di avergliele cantate.

Come l’inverno scorso in cui gelavano i tubi e il vicino aveva raccomandato di tenere sempre aperto il rubinetto così non ghiacciava, ma lui stesso non doveva essere persuaso del consiglio e così m’ero trovata un uomo sul balcone -benedette case di ringhiera- intento a scongelare i tubi con la fiamma ossidrica. Ecco perché l’acqua gela, perché non passa nei muri, ma all’aperto. C’era anche la neve un anno fa e si poteva fare finta che le giornate non si stessero allungando e che di lì a poco sarebbe stata primavera, la stagione in cui le cose ricominciano. Oppure finiscono.

Avremmo dovuto essere più furbi, più rapidi, più affamati; meno beneducati, più disposti a sgomitare, a farci spazio a fare male. Invece siamo stati carini e inoffensivi, abbiamo pensato che le nostre idee si sarebbero realizzate perché erano giuste, perché erano buone. Non eravamo pronti a mangiarci gli uni con gli altri, abituati alle merendine morbide. L’unico dolore che ricordiamo è quello di quando ci hanno messo l’apparecchio per i denti.
Siamo qui ora disorientati e pingui anche se alcuni di noi hanno gambe magre, l’età giusta non è quella segnata sui documenti. Siamo infinitamente più piccoli, dieci quindici anni di cucine e di piatti sporchi. Abbiamo fatto le nostre esperienze interessanti, non ci siamo fatti mancare niente tranne la cattiveria. Andava bene così per i nostri genitori, figli dei baby boomers e di magnifiche sorti progressive. Noi nel nido abbiamo aspettato becco aperto che ci nutrissero e ancora ci nutrono passeri sempre più vecchi e stentati.
Alcuni hanno saputo muoversi alla svelta, hanno deciso quello che potevano essere e lo sono diventati. Loro, non io.

Se ne vanno gli studiosi giovani nelle mattine di dicembre. In un link in memoria di riconosci la faccia di uno visto tante volte nei corridoi, lo sguardo acuto i capelli un po’ lunghi, diradati negli anni. Non c’ho mai parlato, ma l’ho incrociato tante volte nelle librerie, alle presentazioni quando incontri sempre un po’ la stessa gente e ti sembra d’essere parte di un gruppo di noti anche se nessuno vi ha mai introdotto. Quindi scopri il suo nome e cognome e che di lui d’ora in poi si parlerà soltanto al passato. Di quell’indistinto auspicio al prima o poi parleremo e ci diremo qualcosa di interessante non rimane nulla. Raccogli i libri, chiudi il computer e vai a fare la spesa.