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Poi arriva un’incredibile settimana di maggio che hai atteso ma non ti aspettavi così. Non smette di piovere mai e abbiamo le calze umide. Gli editori in arrivo da roma si raccomandano di portare i maglioncini pesanti, le ragazze degli uffici stampa coraggiose e bionde mostrano lo stesso le gambe nude. Inizio in sordina, col muso lungo e metto a disagio chi è con me. Poi invece qualcosa si sblocca e cambia, si aprono sorrisi e disponibilità inattese. Cambia nel nome di Celati, di Bologna, di Pazienza. E cambia a Torino che ancora una volta è per me in maggio.
Sediamo a tavola, le braccia doloranti e gli occhi che sanno. In bocca il sapore delle cose appena iniziate, la speranza che dureranno.

Mentre pulisco il bagno e  – che averci due case significa averci due bagni da pulire. Pensa ad avere due culi mi ha risposto un amico- e fuori nevica fittissimo mi viene su come un’epifania un ricordo violentissimo della festa della Minimum Fax di due anni fa, quando ho incontrato Scurati ed ero veramente ubriaca e prima gli ho chiesto se fosse lui e lui -gentile- ha confermato. Poi io gli ho sbrodolato contro un’invettiva contro l’inesperienza e basta con questo fatto d’aver visto la prima guerra del golfo bevendo birra sul divano e la birra la bevevi tu, io al massimo il fruttolo. E a lui è passata sulla faccia un’espressione brutta di dolore e fastidio e se n’è andato, giustamente, e io per un po’ sono stata persino contenta nell’illusione di avergliele cantate.

C’è stato un tempo in cui, una quindicina – quattordici dai – anni fa in cui io dividevo i miei affetti e i miei slanci adolescenti tra due entità: uno era il rocker emiliano per eccellenza, non quello di zocca che fa filmini scemi su fb ma il suo omologo con più capelli; gli altri erano un gruppo di tizi parecchio alti di Arezzo. Con entrambe le entità, grazie ad un lavoro di paziente accerchiamento e grazie a padre e madre particolarmente divertiti nel seguirmi, ero entrata in contatto diretto, molto diretto nel senso che vedendoci ci si salutava per nome.
Per dire  il primo bacio l’ho dato dopo un concerto dei tizi parecchio altri d’Arezzo e credo anche la prima canna si collochi da quelle parti lì. A loro sono legati ricordi imperdibili, in cui io ero sempre e comunque la più piccina tra gruppi di venticinque-trentenni che si sparavano migliaia di chilometri solo per poterli vedere. Nei tempi pionieristici delle chat su irc (anzi su mirc) si stava a chiacchierare in chat con loro e il loro forum era un posto morbido e frequentatissimo. Diventammo amici sul serio, amici come puoi essere amico della tua rock band preferita quando ancora sei minorenne, quando vennero a suonare nel mio paese. Alloggiavano sopra il centro commerciale – ora sceglierebbero alberghi migliori- e io li accompagnavo a fare la spesa.
Poi sono cresciuta, mi sono stufata e ho cambiato ascolti. Ogni tanto mi mancano, mi manca quanto ero felice quando li ascoltavo e li vedevo. C’ho riprovato ad ascoltarli, niente da fare m’annoiano.
Molte volte mi sono chiesta che avrei fatto se li avessi reincontrati ora. Molte volte mi sono immaginata la loro faccia e la mia.
Poi è arrivato oggi pomeriggio. Dopo un film brutto del festival ho lasciato la bici nella rastrelliera del comune e mi sono avviata all’incrocio. Una via che non  faccio quasi mai. Semaforo rosso. Ho alzato gli occhi e al di là della strada oltre al rosso pedonale c’erano loro tre. Alti, ma meno di come li ricordavo.
Non ho lasciato che passassero senza riconoscermi, no. Mi sono piantata davanti a loro e mi sono fatta vedere. C’hanno messo un po’ ad inquadrarmi, d’altro canto era almeno 10 anni che non ci si vedeva.  Ci siamo salutati e li ho accompagnati nel quartiere dove vivo ora. Abbiamo fatto chiacchiere vane come coi parenti che non vedi da tempo. Li ho lasciati in un posto dove solitamente vado a fare l’aperitivo e gli ho augurato buon concerto, che erano venuti qui per vederne uno. Mi hanno chiesto se volevo restare con loro. Ho ringraziato e ho detto di no. Ci siamo dati appuntamento tra dieci anni.
Drigo fuma le wiston blu.
Cesare gioca al superenalotto.
Pau è sempre un po’ stronzetto.

Partiamo da una città umida, in cui si fatica a respirare. C’imbarchiamo su un interregionale che arriva da Ancona esausto e non ho idea di come potrà trascinarsi fino a Torino.

Il viaggio da un estremo all’altro della pianura è  infinito. L’impressione è di non spostarsi mai veramente, di limitarsi a scorrere in orizzontale. La pianura mi piace, di solito. Le colline che intorno ad Asti addolciscono il tramonto mi consolano. Oggi no, voglio solo arrivare alla svelta e poco mi importa di un sorprendente gracidare che a Villafranca Cantarana da finalmente ragione del nome del luogo.

A Torino ci sono almeno dieci gradi in meno, minaccia pioggia o forse ha già piovuto. Non m’importa, mantengo il mio look balneare: gonnellina, sandali e canottiera, al diavolo il meteo. Mi faccio beffa delle Alpi che qua sono, mannaggia a loro, molto più influenti dei placidi appennini che ormai da anni rinunciano ad esercitare qualsivoglia moderazione climatica sulla città che tanto amo.

Sfiancati ma non abbastanza dal viaggio decidiamo di partire alla volta dello Spazio 211, sta sera suona Benvegnù. Io allo Spazio non ci sono mai andata. So che è in culo. In culo sono molti luoghi in questa mia nuova e grandissima città per la quale già più volte mi sono trovata a dover rivedere la mia unità di misura usuale, quella per cui entro mezz’ora arrivi dappertutto. A Torino no. Tuoni e lampi ci fanno compagnia alla fermata del 4. Scendiamo e,a naso, ci dirigiamo verso la zona in cui ipotizziamo si tengano i concerti. Lontano lontano si sente la voce familiare di Benvegnù che attacca con Il pianeta perfetto, primo pezzo dell’ultimo album. Lo seguiamo felici.

Poi silenzio. Forse ci siamo sbagliati. Invece la direzione è quella giusta e dopo aver lasciato un obolo scarsissimo (perdono perdono) alla cassa, corriamo felici verso il palco. Sopra ci sono i Benvegnù: fermi e zitti.Pozzanghere ed erba umida sotto i miei sandaletti inadeguati.

Sul palco i musicisti sembrano piuttosto tesi e lo rimangono anche quando ricominciano a suonare. Benvegnù che di solito ciarla, scherza e cazzeggia (talvolta pure troppo) si limita ad un’esecuzione precisa ma freddina. Qualcun altro dei Paoli sbaglia qualcosa e lo si vede distintamente tirare un bestemmione. Oh, ci sono pure le serate di merda. Sapremo poi che un nubrifragio si è scatenato proprio lì sopra rendendo necessario un qualche miracolo da parte dei tecnici e ritardando l’inizio del concerto (ragion per cui arrivando alle undici passate vediamo lo spettacolo dall’inizio).
Il concerto dura pochino, un’oretta e li costringono a scendere giù per ragioni di disturbo alla pubblica quiete.
Siamo tutti insoddisfatti.
Applaudiamo e aspettiamo. Poco fiduciosi in un bis ma abbastanza in qualche altro numero che i Benvegnù hanno già concesso in passato.
E infatti eccolo che arriva, chitarra a tracolla,imponente e buffo si piazza in mezzo al pubblico che gli lascia davvero poco spazio per respirare e attacca con i bis in acustico. Canzoni veramente intime che, nella migliore tradizione dei Benvegnù, vengono disinnescate da una serie di battutacce e interventi degli altri musicisti.

Quando saluta e se ne va nessuno ha il cuore di richiamarlo fuori. Felici a metà zampettiamo alla ricerca di un mezzo che ci riporti a casa. Le piante dei miei piedi, sopra i sandaletti estivi sono completamente nere.

Io con Bennato ho un conto aperto più o meno da ventitre anni. Erano i tempi eroici e acerbi della scuola materna, il muro era appena caduto e non c’era giorno in cui io non ascoltassi Il rock di Capitan Uncino. Un giorno i miei genitori mi dissero che l’avremmo sentito dal vivo, un concerto vero. Se avessi saputo contare i giorni sul calendario l’avrei fatto. Della serata ricordo un parcheggio deserto e un omino solitario che indicava ai pochissimi giunti fin lì che il concerto era stato annullato. A casa i miei misero il disco a volume altissimo, mia mamma voleva a tutti costi che ballassi con lei, rifiutai sdegnata.

Questo per dire che mi sono affacciata in Piazza San Carlo con una certa curiosità. Mi sono ritratta, tre minuti dopo con la consapevolezza che non m’era andata poi così male in quel novembre dell’ottantanove.

In piazza Castello andiamo incontro alla fiaccolata NO TAV che arriva da Porta Susa. Sono tantissimi. Ci uniamo ad uno spezzone del corteo, comitato del quartiere Vanchiglia (io sto da un’altra parte, va bene uguale?). Siamo in pieno centro è tutto tranquillo, ma storie e testimonianze dei giorni scorsi  girano di bocca in bocca, nelle parlate strette di chi in valle ci vive. Rivedo le manifestazioni fatte nelle città quando la gente tornò da Genova. Un ricordo remotissimo che vede me, i miei ed un’amica manifestare con un centinaio di persone nelle vie di Porto Azzurro, Isola d’Elba. Tra poco saranno dieci anni.
Sale su un filo d’estraneità per una lotta che ancora non conosco bene e che quindi non m’appartiene del tutto. Un altro filo di vergogna, misto a viltà per non essere stata in Val Susa la settimana scorsa.

Li accompagnamo fino a Piazza Vittorio poi torniamo dal Teatro degli Orrori.

Mi sono persa tutta la querelle sullo scioglimento/non scioglimento del gruppo. So che sta sera suonano per intero il primo disco e che la formazione dovrebbe essere quella che l’ha registrato. Capovilla si presenta come al solito in nero, camicia su ventre teso da alcolista di professione. Attaccano a suonare e una considerevole parte del pubblico del sottopalco se ne fugge rapidamente. Com’è giusto che sia, più avanti pogano. Mi sento sempre troppo ageè per il Teatro, mi chiedono un entusiasmo adolescente che non mi sento di dargli però il concerto è bello, le canzoni le conosco tutte quante e stare a sottilizzare beh non è il caso. Non sottilizza nemmeno PPC con i suoi (pochi per fortuna) proclami contro la televisione cattiva che ci fa tutti stupidi.

L’onestissima Compagna Teresa rimane sempre la mia canzone preferita, la coda del concerto si sfilaccia un po’, le cenerentole sforano oltre la mezzanotte ed è abbastanza chiaro che questa è la ragione per cui non tornano sul palco per un acclamatissimo bis.

Ci spingiamo a dare un’occhiata alla sfilata di moda nel cortile della farmacia. Più pressati che in Piazza San Carlo vediamo tizie e tizi dubbiosi fare avanti e indietro sulla passerella. Il marchio è Born in Berlin, solitamente sbavo sui loro vestiti quando sono sulle grucce del negozio e mi aspettavo che l’effetto fosse centuplicato. Non è così. Non sarò mai una fashion victim. Preferisco le macchine asfaltatrici

In piazza arriviamo tardi e perdiamo Cristina Donà. Ma siamo giustificati, ci ha trattenuti la proiezione de La voce Stratos,  un documentario su Demetrio Stratos del 2009, che da qualche anno gira festival e sale d’essai e non ero ancora riuscita a vedere. Si tratta di un’opera accurata che ricostruisce la figura di Stratos dalla nascita alla scomparsa con particolare attenzione agli anni Sessanta e Settanta attraverso numerose testimonianze e filmati d’archivio. Ciò che ne deriva non è solo la ricostruzione della biografia e delle sperimentazioni di un artista unico ma un affresco sullo stato della (contro) cultura italiana e milanese a cavallo della stagione dei movimenti. Unico limite, forse, la quantità di materiali proposti, che soprattutto nell’ultima mezzora si intrecciano in maniera non del tutto scorrevole e causano qualche calo d’attenzione.

Felafel veloce e via in piazza San Carlo il “salotto buono” di Torino. Il sole è  ancora alto, o meglio c’è ancora tanta tanta luce e il pubblico arrivato per il concerto si  mescola con chi si trova a passare di lì quasi per caso.
Tre anni fa, alla Pellerina, tirava molta più aria da svacco estivo (poi venne giù un temporale  incredibile) in questa occasione siamo tutti un po’ ingessati. Non che le piazze del centro siano un brutto posto per farci dei concerti, per dire Piazza Castello a Ferrara è uno spettacolo che conosciamo tutti, solo che ci si mette un po’ ad abituarsi. Mixo padrone di casa e presenza consolidata sul palco del Traffic presenta Vasco Brondi come La centrale delle luci elettriche, poi fugge. Ricomparirà alla fine del set cospargendosi il capo di ceneree facendosi volontariamente insultare da parte della piazza, Mixo ti perdonavamo anche senza lapidazione.

Brondi sul palco è ormai sicuro e a suo agio, faccio fatica a ricondurlo a quel tizio aggrappato alla chitarra che è stato nemmeno troppo tempo fa. Le canzoni di Per ora la chiameremo felicità si alternano a quelli del primo album in un insieme omogeneo che dimostra, se non ce ne fosse bisogno, l’evidente continuità dei due dischi. C’è molta più batteria di quanto siamo abituati ad ascoltare da lui, ma d’altro canto il palco è molto più grande delle nostre camerette. Il pubblico è numeroso ma soprattutto all’inizio abbastanza freddino, quelli davvero interessati sono sotto il palco mentre appena più discosti abbondano le facce dubbiose, i bambini un po’ spaventati, le coppie over 50 che evidentemente sono lì per qualcun altro.

E quando sale sul palco appare evidente che Piazza San Carlo sta sera è tutta per De Gregori. Io De Gregori non l’avevo mai visto dal vivo, lo conosco davvero poco. Eppure forse perché certe canzoni uno le ha non sa bene perchè stampati in mente, mi sono trovata a cantare insieme alla piazza intera, le mani in alto, strofe che solitamente guardo con un certo distacco come La storia siamo noi, Alice guarda i Gatti, La donna cannone (duetto splendido con Cristina Donà) e, in chiusura, Viva l’Italia con sul palco anche Brondi. E tra le bandiere dei NO TAV e i tricolori cui quest’anno a Torino non puoi fare a meno di imbaterti, mi è salito su un momento di commozione nazionalpopolare che spero non si sia visto più di tanto.


Terzo capitolo nella mia personale esperienza delle sonorizzazioni. Dopo la prova dei Giardini di Mirò su Il fuoco di Giovanni Pastrone (1915) e quella dei Massimo Volume su La caduta della casa Usher (benedetti Alberto Campo e Stefano Boni che glielo proposero permettendo così la rinascita del gruppo, altro che caduta)  questa sera al Cinema Massimo di Torino gli Offlaga Disco Pax si sono cimentati nella sonorizzazione de I Mille, film muto del 1912. Se Giardini e Massimo Volume avevano, ciascuno a proprio modo, privilegiato una componente onirico-evocativa, gli Offlaga hanno optato per un approccio narrativo. Il film, un drammone ambientato al tempo della spedizione dei Mille in Sicilia che mescola l’amore tormentato di un giovane di buona famiglia per una contadina e l’insurrezione siciliana all’arrivo di Garibaldi, è figlio del suo tempo: retorica, gesti enfatici occhi che strabuzzano e didascalie. L’intervento degli Offlaga, oltre alla sonorizzazione in senso stretto, ha visto Max Collini impegnato nella lettura di alcune delle didascalie. Conosciamo il Nostro e sappiamo benissimo la cadenza reggiana è marchio di fabbrica del gruppo. Cosa succede se tale inflessione viene applicata ad una lingua altra rispetto al nostro parlare quotidiano e a concetti (Dio e Patria!) che sono per noi, centocinquantesimo o meno, un taninello stantii?

Un effetto di straniamento, che si fa via via meno intenso nel corso del film, man mano che il gruppo prende confidenza con quanto sta facendo.  Un’ altra questione  emersa di risulta riguarda le pause: mai come questa sera mi sono resa conto che la riuscita della formula Odp dipende dalle pause, dai buchi, dai salti di ritmo. In una condizione in cui il gruppo non aveva la possibilità di decidere la velocità della lettura ho avuto l’impressione che mancasse loro il tempo di prendere aria e che quell’aria sia parte integrante degli Offlaga.

Detto questo rimane l’enorme apprezzamento per un progetto sempre interessante e assolutamente godibile. Stare seduti in una sala (gratis per di più) gustandosi un film d’epoca perfettamente restaurato e musicato da uno dei tuoi gruppi preferiti può essere considerato in un modo soltanto:una chicca.

Nb: in questi giorni ci sono ragazzi che girano chiedendo un contributo per il Traffic. Funziona così: la fondazione CRT che finanzia il Festival ha promesso che raddoppierà la cifra totale dei contributi raccolti. Quindi tu dai due loro mettono quattro e in più ti regalano anche un biglietto per un museo. Taccagni che non siamo altro, cacciamo il soldino!

L’ultima volta che ero stata all’MTV day fu anche la prima .Sarà stato una decina di anni fa. Partimmo io, l’Alice e il suo moroso, l’Andrea in treno un sabato pomeriggio dei primi di settembre. Forse, il primo sabato di scuola. Io volevo vedere gli Afterhours, i Negrita (ma non lo dicevo a nessuno) e credo i Subsonica. Della giornata ricordo poco, se non l’aria stopposa della polvere sollevata dal pogo e la collinetta con l’erba giallastra del Parco Nord. Ricordo anche che durante l’MTV Day di quell’anno Agnelli (Manuel) s’incazzò di brutto per un qualche motivo. Ma io non me ne accorsi, stavo guardando da un’altra parte.
Dieci (ok, nove) anni dopo MTV Day si tiene in Piazza Castello, quindi è impossibile non sbatterci contro. Torino in questi giorni è spazzata da un vento freschino che ancora non ho capito se viene dal mare o dalla montagna e spesso fa piovere. L’afa da pianura padana cui mi ero abituata negli scorsi anni in Emilia l’ho sentita solo una sera che, scesa dal treno a Porta Susa, sembrava di stare in una tinozza umida.
La notte del quattordici settembre 2002 doveva fare abbastanza caldo se abbiamo scelto di aspettare il primo treno della mattina in stazione, seduti sul marciapiede del primo binario a pochi metri di distanza dallo squarcio lasciato dalla bomba del 2 Agosto, ma allora io non sapevo.
Nove anni dopo in piazza Castello il palco dell’MTV Day sta abbastanza comodo appoggiato sul fondo, voltato di tre quarti. La prima sera non ho avuto il coraggio di andare a curiosare, c’erano troppi gruppi rapponi. La seconda sera la scaletta era un po’ migliore. Cristina Donà ha suonato 20 minuti scarsi ma con gran classe e del tutto incurante della disattenzione della maggior parte del pubblico. Dopo di lei Mauro Ermanno Giovanardi, ex La Crus, si è fatto accompagnare sul palco da un quartetto d’archi. L’impressione è che Giovanardi non abbia ancora deciso bene che fare: una voce splendida e un modo di stare sul palco che fa sempre trepidare, tale l’impressione di fragilità che emana. La cover di Solitary Man fa spavento ma a giudicare dalla risposta della piazza sta registrando un buon numero di passaggi in radio.
La sera dopo son tornata a sentire come suonavano i Ministri, gruppo cui mi ero finora disinteressata. E cui credo continuerò a disinteressarmi nonostante un set vivace e piacevole. Il problema è che essi sono un tantinello generazionali, della generazione di chi ha dieci anni meno di me. E allora se li godano i diciassettenni di oggi gli stage diving del cantante carino che assomiglia tanto ad un tenentino dei film sulla guerra di secessione americana. Che ci faccio io all’MTV day? Ah giusto. E’ gratis.
Appena prima di Silvestri la piazza si riempie di botto. Lui suona i pezzi giusti: la cover di Gaber, Salirò e addirittura  Cohiba dedicata alla manifestazione in Valsusa (manifestazione che mancherò colpevolmente). Per ultimi i Subsonica. Vestiti come i Kraftwerk (o i White Stripes) attaccano un concerto fatto di singoloni del passato (che possiamo cantare tutti) e singolacci recenti (che canta la piazza intera e io no). Tra il pubblico c’è di tutto: mamme coi passeggini, bambini di pochi anni sulle spalle dei papà, coppie abbracciate strette, coppie che sculettano all’unisono, adolescenti, un uomo tarchiato che se incrociassi di notte per strada non esiterei a cambiare marciapiede (ah la fisiognomica, quanti danni) canta rapito tutti i pezzi.
Ai miei tempi ai concerti dei Subsonica si pogava, ora non più. Finalmente posso iniziare a dire: “Quando ero giovane io…”

Il mercato di piazza Madama Cristina sta sotto una tettoia grande, assomiglia a quella che c’era in via San Faustino a Brescia e che poi hanno rimosso perché il mercato lì sotto era diventato troppo frequentato e a qualcuno non andava bene. A Torino invece la tettoia resiste e il mercato prospera. Da un lato ci sono le bancarelle di frutta e verdura, dall’altro tutto il resto, chincaglieria, articoli per il bagno, tendaggi lucidi, abiti da sposa e da cerimonia usati e rivenduti troppe volte per mantenere traccia dell’occasione per cui sono stati comprati la prima volta. Il lato di frutta, verdura, pesce, carne e pane e formaggi è quello che dovrei conoscere meglio. E invece non ce la faccio. I fruttivendoli mi intimidiscono, il macellaio incute soggezione, il pescivendolo è una creatura mitica da cui è meglio stare alla larga. Quasi scusandomi chiedo mezzo chilo di pomodori e mezzo chilo di ciliegie, una manciata di fagiolini e: a posto così, signorina? con l’accento sbracatissimo e torinese misto a qualcos’altro. Si, a posto così. Lasciatemi andare fruttivendoli feroci e abilissimi ad inserire mezzo chilo di patate tra un pomodoro e l’altro per fare lievitare il peso del sacchetto.