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La ragione c’hai non te lo sto nemmeno a dire.
Quest’anno compio dieci anni di università. Tanti auguri a me.
Sono (siamo) il risultato di una classe media di genitori pieni di premure. Che hanno letto i libri di pedagogia e fatto tutti i corsi di aggiornamento. Che si sono ritrovati classe media anche se erano figli di gente che aveva solo la quinta elementare o ha passato la vita dentro la marzoli e non ha avuto tempo di godere la pensione.
Fai quello che vuoi tesoro, basta che tu sia felice. Ti aiutiamo, ti supportiamo.
Sopportiamo le tue periodiche crisi di scoramento e siamo genuinamente convinti che ogni passo in avanti nel sistema formativo sia un’avanzamento di vita, carriera, possibilità. Per noi è stato così, perché per te non dovrebbe esserlo. Abbiamo iniziato ad essere insegnanti a 20, 21 anni e abbiamo edificato il tempo pieno. C’era da cambiare un modo di fare lezione e in parte l’abbiamo fatto. Andiamo in pensione 35 anni più tardi scampando d’un pelo il rischio d’essere esodati e ti portiamo ancora sulle spalle, figlia.Ti proteggiamo a suon di bonifici mensili.
Talvolta vedo infondo agli occhi di mio padre -che sono azzurri e non marroni come i miei- una crepa da cui affiora il dubbio che tutto questo sostenermi sia stato una fregatura e che il tempo che avevo per rendermi indipendente sia finito. Tuttavia non sono in grado di smetterla di essere generosi, di rovesciare d’un colpo tutte le loro convinzioni, il loro credere nella cultura. Piuttosto ti pago ancora un corso, le tasse per un altr’anno e vedrai che alla fine qualcosa salterà fuori. Vai, vai all’estero a  vedere com’è. Magari lì è meglio.
E’ per questo che ci vediamo poco e che tutte le sere al telefono metto su piccole commedie di vita quotidiana regolata.
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C’eravamo noi due, che facevamo le prove e ci immaginavamo da adulti. Prendevamo un treno,interregionale, e andavamo a Milano, nella redazione di un periodico che ci pareva bello e ci pareva appetibile. Gli zaini sulle spalle, eravamo in soggezione. La redazione tutta gialla -l’avrei ritrovata pari pari anni dopo in un documentario. C’offrirono una coca cola fatta venire apposta dal bar e cinque euro di mancia sul vassoio per il cameriere. Il busto di Lenin e quello di Marx annuivano soddisfatti. Avevamo speranze confuse, magari un tirocino lì dentro o che ne so. Facemmo anticamera per parlare col direttore che ci salutò distrattamente. La nostra guida non sembrò rilevarlo. Negli stessi uffici c’era allora la sede di una piccola casa editrice messa su da uno che vedevamo spesso in tv a sedici anni, in uno studio con lo sfondo verde. Avremmo voluto salutarlo ma ci dissero che aveva da fare.
Finì che il nostro ospite morì due anni più tardi in un giro in bicicletta, la rivista prestigiosa e antagonista chiuse e la casa editrice prospera ma io non ci lavoro e non ci lavorerò.
Ciao Beppe.

La prima volta che l’ho visto ho pensato che era parecchio più basso di come me l’ero figurata. O forse quello l’ho pensato la seconda volta, la prima ero troppo impegnata a credere era lì e che se gli avessi parlato m’avrebbe risposto.
Era un pomeriggio d’autunno appena iniziato, la macchina dei miei genitori parcheggiata sotto gli alberi alti del viale, nel bagagliaio lo zaino con i libri di greco e latino, materie nuove della quarta ginnasio.
Quattordici anni, a mezzogiorno sono fuori da scuola e a mezzogiorno partiamo. Due ore e mezza e siamo attivati.
Scopo: imbustare fanzine, tantissime fanzine appena uscite dalla tipografia. Intanto i miei consumano le scarpe sotto i portici del centro, avanti e indietro. Forse è questa la volta che ti incontrano in libreria, ma i cellulari non ci sono ancora e quindi lo scoprirò solo la sera quando i grandi si organizzano per la cena, mentre noi torniamo verso casa. Forse invece è un’altra la volta in cui avete accennato un saluto, una delle tante che seguiranno a questa prima spedizione. Ed è bellissimo il paese alle sei e mezza, tutto un tramonto di campi piatti e cascine, tramonto che chissà se ho visto davvero o se lo prelevo tutto intero da un racconto di Tondelli-Autobahn- e via infilare l’autobrennero verso nord, verso casa. Ho dita nere di inchiostro, le fanzine appena stampate le macchiano. Nello zaino c’è quella col mio nome, io non sono come gli altri che la ricevono per posta, io la posso portare a casa con me.
L’ultima volta che l’ho visto era piccolissimo, sul palco dello stadio di Padova, un paio di estati fa. Il suo faccione è sullo schermo, io sto in alto sulla tribuna laterale. Mi prudono le gambe,  hanno dentro le code fuori dai palazzetti, gli scatti da centometrista -non ho mai corso così veloce dopo- le primefile e i concerti sotto al palco. Mi alzo, mi agito e salto come una volta, quando mi facevo sentire, quando mi potevi vedere ed ero certa che, da un metro e mezzo più in alto di noi, fossi in grado di  distinguere la mia faccia e alla mia faccia sapessi associare un nome, quello giusto, il mio. Me ne hai dato prova una volta durante un assolo, anno millenovecentonovantotto. Vieni di fronte a me, ti sporgi e fuori dal microfono gridi forte il mio nome. Che è successo davvero lo capisco solo quando vedo le facce di quelli accanto a me.
Quando ho smesso di esserci, sotto il palco, mi sono chiesta se ti sia mai mancato trovare la mia faccia ad aspettarti, se ci sia mai stato un attimo di smarrimento nel constatare che, nel panorama familiare della prima fila – eravamo quasi sempre gli stessi- la mia non c’era più. Chissà se ti sei chiesto che fine avessi fatto o se il naturale avvicendarsi delle migliaia di fan funziona come un onda, che fa risacca e torna indietro e porta via, al largo. Non più le battaglie per un posto davanti, meglio il fondo del parterre, meglio la tribuna, meglio, infine,starti un po’ lontano.
Periodicamente sono tornata, emozionata per le canzoni che saranno per sempre le mie, ma nello stesso tempo un po’ sospettosa e a disagio, nel diluvio di suoni e parole nuove cui non riesco a voler bene, musicisti che non chiamo più per nome.
Anni fa, durante una trasmissione televisiva, mi chiesero di preparare una domanda da farti, poi  successe che scelsero quella di un altro.
T’avrei chiesto quand’è successo e come sei riuscito a sdoganare la parola AMORE e a farla entrare nel tuo lessico.
Ci sono alcune tue interviste che io so a memoria. In una di queste – sei già famoso ma di un successo ancora acerbo con cui non sei venuto a patti e ci soffri e si vede-  dici che non sei di quelli che usano la parola amore nelle canzoni perché preferisci raccontarlo.
Qualche anno dopo al supermercato ascolto una tua canzone con quella parola dentro e mi sembra un piccolo tradimento. Sei sicuramente più felice adesso, solo nel mezzo mi chiedo che cosa è successo.
Adesso le mie gambe non prudono più. Vado prendere una birra calda e pisciosa, cinque euro in lattina e brindo da lontanissimo con tutte le zanzare.
L’altroieri mi sono laureata e questo concerto è uno dei miei regali.
Gli amici non ci credono quando dicono che questa sera vengo a sentirti, sorridono accondiscendenti e, quando racconto di quante volte t’ho visto sul palco, mi prendono in giro. Alcuni hanno trovato un video di quando ti ho intervistato per Mtv o una mia vecchia foto con te. A qualcuno ho fatto vedere il video in cui ci sono anch’io o quello di un concerto in Arena: «vedete, io ero lì!». Mi assecondano, ma si stufano in fretta dei miei racconti. Solo alcuni resistono fino alla fine, quando arrivo a parlare del tour del duemila, del mitico lasciapassare con la mia faccia stampata sopra che permetteva di andare ovunque volessi, sottopalco, camerini, parterre. Racconto degli innumerevoli concerti di quell’estate di Mantova, di Livorno, dell’indimenticabile Arezzo Wave e poi di Roma, Modena, Brescia, Monza e Padova. Del fatto che capitava c’incontrassimo in autogrill, io e i miei genitori, tu e lo staff e che ci si salutasse, sempre con un po’ di imbarazzo.
Solo pochissimi capiscono quando racconto del momento in cui ho realizzato che non avrei mai potuto esserti più vicina di così e che a un uomo di venticinque anni più grande, a sedici, non sapevo proprio che dire. Me ne sono resa conto in questo stadio, parecchi metri più giù, seduta nello spazio tra la prima fila,tenuta a bada dalle transenne, e il palco. Faceva caldo come sta sera. Ho visto che in futuro sarei stata diversa e che tutto questo non mi sarebbe più appartenuto. La felicità che si produceva nel vederti o nel sentirti, semplicemente, era venuta meno. C’ho messo del tempo per scoprire che mi ero disamorata di te.
T’ho voluto bene per due anni. Anni di confine e densissimi, anni delle prime cose, dei primi baci e dei primi esperimenti. Non so che m’avesse preso la prima volta in assoluto che t’ho visto in tv portavi i capelli lunghissimi proprio come un indiano, come diceva sempre la Nanda, e poi abbiamo finito per crederci tutti che eri un indiano, anche per colpa di un video che girava allora tutto virato al giallo, con solo i tuoi denti bianchissimi.
T’ho voluto bene ma poi è successo che ho smesso. Ho avuto parecchie altre felicità, ma poche cristalline come quella. A tratti mi manca e vorrei ci trovassimo di nuovo da te alle sei e mezza a chiacchierare, tu coi tuoi capelli corti ed io coi miei che sono sempre, più o meno, gli stessi

C’è stato un tempo in cui, una quindicina – quattordici dai – anni fa in cui io dividevo i miei affetti e i miei slanci adolescenti tra due entità: uno era il rocker emiliano per eccellenza, non quello di zocca che fa filmini scemi su fb ma il suo omologo con più capelli; gli altri erano un gruppo di tizi parecchio alti di Arezzo. Con entrambe le entità, grazie ad un lavoro di paziente accerchiamento e grazie a padre e madre particolarmente divertiti nel seguirmi, ero entrata in contatto diretto, molto diretto nel senso che vedendoci ci si salutava per nome.
Per dire  il primo bacio l’ho dato dopo un concerto dei tizi parecchio altri d’Arezzo e credo anche la prima canna si collochi da quelle parti lì. A loro sono legati ricordi imperdibili, in cui io ero sempre e comunque la più piccina tra gruppi di venticinque-trentenni che si sparavano migliaia di chilometri solo per poterli vedere. Nei tempi pionieristici delle chat su irc (anzi su mirc) si stava a chiacchierare in chat con loro e il loro forum era un posto morbido e frequentatissimo. Diventammo amici sul serio, amici come puoi essere amico della tua rock band preferita quando ancora sei minorenne, quando vennero a suonare nel mio paese. Alloggiavano sopra il centro commerciale – ora sceglierebbero alberghi migliori- e io li accompagnavo a fare la spesa.
Poi sono cresciuta, mi sono stufata e ho cambiato ascolti. Ogni tanto mi mancano, mi manca quanto ero felice quando li ascoltavo e li vedevo. C’ho riprovato ad ascoltarli, niente da fare m’annoiano.
Molte volte mi sono chiesta che avrei fatto se li avessi reincontrati ora. Molte volte mi sono immaginata la loro faccia e la mia.
Poi è arrivato oggi pomeriggio. Dopo un film brutto del festival ho lasciato la bici nella rastrelliera del comune e mi sono avviata all’incrocio. Una via che non  faccio quasi mai. Semaforo rosso. Ho alzato gli occhi e al di là della strada oltre al rosso pedonale c’erano loro tre. Alti, ma meno di come li ricordavo.
Non ho lasciato che passassero senza riconoscermi, no. Mi sono piantata davanti a loro e mi sono fatta vedere. C’hanno messo un po’ ad inquadrarmi, d’altro canto era almeno 10 anni che non ci si vedeva.  Ci siamo salutati e li ho accompagnati nel quartiere dove vivo ora. Abbiamo fatto chiacchiere vane come coi parenti che non vedi da tempo. Li ho lasciati in un posto dove solitamente vado a fare l’aperitivo e gli ho augurato buon concerto, che erano venuti qui per vederne uno. Mi hanno chiesto se volevo restare con loro. Ho ringraziato e ho detto di no. Ci siamo dati appuntamento tra dieci anni.
Drigo fuma le wiston blu.
Cesare gioca al superenalotto.
Pau è sempre un po’ stronzetto.

Ieri sera m’ha telefonato per chiedermi se per andare in montagna andava bene il mio vecchio eastpack. Non so bene cosa metterci dentro, m’ha detto. Sono tornata indietro agli zaini troppo pieni che mi faceva lei, alle doppie calze, al maglioncino in più se hai freddo, alle onnipresenti calzeamaglia di filanca. Io poi come si faceva uno zaino l’avevo imparato.
-Un intero ricambio, le ho risposto. E invece della giacca a vento, il k-way.
Li ho sentiti sta sera.
-E’ andata bene. Carlo è salito a piedi. Ha fatto molta fatica ma poi venivano tutti a complimentarsi con lui perchè gli altri partigiani sono saliti in macchina. C’era uno della sua stessa classe che ha tirato i sacramenti perchè lui invece a piedi non ce l’aveva fatta. Anche gli scarponi nuovi, benissimo.

Che poi in questi giorni a settembre mi viene sempre voglia di tornare a casa. E’ il ricordo dell’atmosfera dei diari intonsi e dei libri ancora tutti in ordine. Dei primi tre o quattro giorni di scuola (a volte solo il primo) in cui la novità non era ancora noia. Del giubbetto pesante la mattina e del tornare a casa sudati a mezzogiorno che i primi giorni si usciva presto presto.
I genitori insegnanti impegnati nei primi consigli di classe.

In questi giorni li chiamo tutte le sere. Mi elencano le cose fatte nel corso della giornata e io ho forte l’impressione che anche a loro stia mancando moltissimo l’inizio di settembre e che, delle giornate prive di obblighi dei pensionati, ancora non sappiano bene che farsene.

Sono teneri i genitori che accompagnano i figli giovani a cercare casa: si illudono che la loro presenza basti a proteggerli. E invece non serve a niente, se non ad evidenziare l’uscita del figlio dal territorio domestico. Ora valgono altre leggi e non è affatto detto che padri e madri siano i più adatti ad interpretarle.

Torneranno questi padri e madri tra un paio di mesi. Siederanno in imbarazzo nelle cucine sporche di case condivise da generazioni, su tavoli che portano l’impronta di qualcuno che ormai ha la loro età e si meraviglieranno della nuova sicurezza almeno apparente dei figli che li fa muovere, forse per la prima volta, in un ambiente in cui loro, i padri e le madri, hanno veramente poche speranze di controllo e comprensione.

Faranno ai coinquilini domande gentili e banali e offriranno pranzi e caffè. Ci vorranno dei mesi prima di prendere le misure di questa nuova adultitudine che, per i più fortunati, si compirà nel giro di cinque o sei anni e poi li vedrà girare per quella stessa città – o per altre- uniti e paritari.

In mezzo ci saranno le trepidazioni per i primi esami, gli sforzi o le rinunce nello spiegare ai parenti a santo stefano di cosa tratta il corso di studi per cui sei finito così lontano e i sorrisi di circostanza. I più avvertiti tra i genitori sapranno come vestirsi il giorno della laurea, alcune madri invece giungeranno ricoperte d’oro. Le macchine piene di profumo e speranze ritorneranno poi verso casa e la foto incorniciata del pargolo, ornata da una foglia d’alloro, a far bella mostra in cucina, a fianco di quella del battesimo e della cresima.

La sera del 13 dicembre 1964 Pasolini è a Brescia. Lo ha invitato un circolo cittadino, il Grimau, a parlare di marxismo e cristianesimo. La stessa sera mia madre tre strade più in là ha 12 anni e mezzo e gioca con i regali di Santa Lucia. Lo stesso fa mio padre, in un paese della provincia. Lui di anni ne ha tredici e l’anno prossimo andrà alle magistrali. Si incontreranno dieci anni dopo, ma senza saperlo, il giorno dei funerali di piazza loggia. Lei guarda dall’altro la gente che sfila in corso garibaldi, lui arriva in treno.