C’eravamo noi due, che facevamo le prove e ci immaginavamo da adulti. Prendevamo un treno,interregionale, e andavamo a Milano, nella redazione di un periodico che ci pareva bello e ci pareva appetibile. Gli zaini sulle spalle, eravamo in soggezione. La redazione tutta gialla -l’avrei ritrovata pari pari anni dopo in un documentario. C’offrirono una coca cola fatta venire apposta dal bar e cinque euro di mancia sul vassoio per il cameriere. Il busto di Lenin e quello di Marx annuivano soddisfatti. Avevamo speranze confuse, magari un tirocino lì dentro o che ne so. Facemmo anticamera per parlare col direttore che ci salutò distrattamente. La nostra guida non sembrò rilevarlo. Negli stessi uffici c’era allora la sede di una piccola casa editrice messa su da uno che vedevamo spesso in tv a sedici anni, in uno studio con lo sfondo verde. Avremmo voluto salutarlo ma ci dissero che aveva da fare.
Finì che il nostro ospite morì due anni più tardi in un giro in bicicletta, la rivista prestigiosa e antagonista chiuse e la casa editrice prospera ma io non ci lavoro e non ci lavorerò.
Ciao Beppe.