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La ragione c’hai non te lo sto nemmeno a dire.
Quest’anno compio dieci anni di università. Tanti auguri a me.
Sono (siamo) il risultato di una classe media di genitori pieni di premure. Che hanno letto i libri di pedagogia e fatto tutti i corsi di aggiornamento. Che si sono ritrovati classe media anche se erano figli di gente che aveva solo la quinta elementare o ha passato la vita dentro la marzoli e non ha avuto tempo di godere la pensione.
Fai quello che vuoi tesoro, basta che tu sia felice. Ti aiutiamo, ti supportiamo.
Sopportiamo le tue periodiche crisi di scoramento e siamo genuinamente convinti che ogni passo in avanti nel sistema formativo sia un’avanzamento di vita, carriera, possibilità. Per noi è stato così, perché per te non dovrebbe esserlo. Abbiamo iniziato ad essere insegnanti a 20, 21 anni e abbiamo edificato il tempo pieno. C’era da cambiare un modo di fare lezione e in parte l’abbiamo fatto. Andiamo in pensione 35 anni più tardi scampando d’un pelo il rischio d’essere esodati e ti portiamo ancora sulle spalle, figlia.Ti proteggiamo a suon di bonifici mensili.
Talvolta vedo infondo agli occhi di mio padre -che sono azzurri e non marroni come i miei- una crepa da cui affiora il dubbio che tutto questo sostenermi sia stato una fregatura e che il tempo che avevo per rendermi indipendente sia finito. Tuttavia non sono in grado di smetterla di essere generosi, di rovesciare d’un colpo tutte le loro convinzioni, il loro credere nella cultura. Piuttosto ti pago ancora un corso, le tasse per un altr’anno e vedrai che alla fine qualcosa salterà fuori. Vai, vai all’estero a  vedere com’è. Magari lì è meglio.
E’ per questo che ci vediamo poco e che tutte le sere al telefono metto su piccole commedie di vita quotidiana regolata.
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Agata, da quando è dimagrita, si piace moltissimo. Non che prima non si piacesse ma adesso con le gambe snelle e le ginocchia puntute che spuntano da una serie di gonnelline taglia trentaquattro può dire, finalmente dopo anni, di riconoscersi.
Chi le stava intorno avrebbe scommesso che era accaduto nel giro di poco, qualche mese o poco più. Lei invece sa che non è così. Aveva iniziato dopo la maturità a spalmarsi una melma appiccicosa intorno alle cosce e ad avvolgerle nella stagnola, stando attenta a non farsi notare dalle coinquiline. A quel tempo però le piaceva ancora mangiare schifezze e fare abbondanti colazioni con caffè e brioche alla crema.
La crema. Che schifo. Una mattina al bar le servono una brioche alla crema e la svuota dal ripieno sotto gli occhi costernati della barista. Poi ne mangia solo metà.
Aveva proseguito misurando ogni sera la distanza tra le cosce. Quando una conoscente era sparita per qualche mese per ricomparire poi visibilmente più magra aveva inghiottito l’umiliazione e le aveva chiesto di spiegarle. Lei le aveva passato una complicata tabella per il calcolo delle calorie. Agata, da sempre portatissima per le cose matematiche, aveva capito al volo. Basta carboidrati. E così aveva fatto. Da ragazza tondetta e resistente è diventata una cosina piccola e leggera che, a caricarla sulla canna della bici non pesa niente. Insieme ai chili di troppo se ne sono andate le battute brillanti e una certa disposizione battagliera che si sa, stona con gli short, gli stivaletti e il chiodo in plastica dell’h&m.

Poi arriva un’incredibile settimana di maggio che hai atteso ma non ti aspettavi così. Non smette di piovere mai e abbiamo le calze umide. Gli editori in arrivo da roma si raccomandano di portare i maglioncini pesanti, le ragazze degli uffici stampa coraggiose e bionde mostrano lo stesso le gambe nude. Inizio in sordina, col muso lungo e metto a disagio chi è con me. Poi invece qualcosa si sblocca e cambia, si aprono sorrisi e disponibilità inattese. Cambia nel nome di Celati, di Bologna, di Pazienza. E cambia a Torino che ancora una volta è per me in maggio.
Sediamo a tavola, le braccia doloranti e gli occhi che sanno. In bocca il sapore delle cose appena iniziate, la speranza che dureranno.

La prima volta che l’ho visto ho pensato che era parecchio più basso di come me l’ero figurata. O forse quello l’ho pensato la seconda volta, la prima ero troppo impegnata a credere era lì e che se gli avessi parlato m’avrebbe risposto.
Era un pomeriggio d’autunno appena iniziato, la macchina dei miei genitori parcheggiata sotto gli alberi alti del viale, nel bagagliaio lo zaino con i libri di greco e latino, materie nuove della quarta ginnasio.
Quattordici anni, a mezzogiorno sono fuori da scuola e a mezzogiorno partiamo. Due ore e mezza e siamo attivati.
Scopo: imbustare fanzine, tantissime fanzine appena uscite dalla tipografia. Intanto i miei consumano le scarpe sotto i portici del centro, avanti e indietro. Forse è questa la volta che ti incontrano in libreria, ma i cellulari non ci sono ancora e quindi lo scoprirò solo la sera quando i grandi si organizzano per la cena, mentre noi torniamo verso casa. Forse invece è un’altra la volta in cui avete accennato un saluto, una delle tante che seguiranno a questa prima spedizione. Ed è bellissimo il paese alle sei e mezza, tutto un tramonto di campi piatti e cascine, tramonto che chissà se ho visto davvero o se lo prelevo tutto intero da un racconto di Tondelli-Autobahn- e via infilare l’autobrennero verso nord, verso casa. Ho dita nere di inchiostro, le fanzine appena stampate le macchiano. Nello zaino c’è quella col mio nome, io non sono come gli altri che la ricevono per posta, io la posso portare a casa con me.
L’ultima volta che l’ho visto era piccolissimo, sul palco dello stadio di Padova, un paio di estati fa. Il suo faccione è sullo schermo, io sto in alto sulla tribuna laterale. Mi prudono le gambe,  hanno dentro le code fuori dai palazzetti, gli scatti da centometrista -non ho mai corso così veloce dopo- le primefile e i concerti sotto al palco. Mi alzo, mi agito e salto come una volta, quando mi facevo sentire, quando mi potevi vedere ed ero certa che, da un metro e mezzo più in alto di noi, fossi in grado di  distinguere la mia faccia e alla mia faccia sapessi associare un nome, quello giusto, il mio. Me ne hai dato prova una volta durante un assolo, anno millenovecentonovantotto. Vieni di fronte a me, ti sporgi e fuori dal microfono gridi forte il mio nome. Che è successo davvero lo capisco solo quando vedo le facce di quelli accanto a me.
Quando ho smesso di esserci, sotto il palco, mi sono chiesta se ti sia mai mancato trovare la mia faccia ad aspettarti, se ci sia mai stato un attimo di smarrimento nel constatare che, nel panorama familiare della prima fila – eravamo quasi sempre gli stessi- la mia non c’era più. Chissà se ti sei chiesto che fine avessi fatto o se il naturale avvicendarsi delle migliaia di fan funziona come un onda, che fa risacca e torna indietro e porta via, al largo. Non più le battaglie per un posto davanti, meglio il fondo del parterre, meglio la tribuna, meglio, infine,starti un po’ lontano.
Periodicamente sono tornata, emozionata per le canzoni che saranno per sempre le mie, ma nello stesso tempo un po’ sospettosa e a disagio, nel diluvio di suoni e parole nuove cui non riesco a voler bene, musicisti che non chiamo più per nome.
Anni fa, durante una trasmissione televisiva, mi chiesero di preparare una domanda da farti, poi  successe che scelsero quella di un altro.
T’avrei chiesto quand’è successo e come sei riuscito a sdoganare la parola AMORE e a farla entrare nel tuo lessico.
Ci sono alcune tue interviste che io so a memoria. In una di queste – sei già famoso ma di un successo ancora acerbo con cui non sei venuto a patti e ci soffri e si vede-  dici che non sei di quelli che usano la parola amore nelle canzoni perché preferisci raccontarlo.
Qualche anno dopo al supermercato ascolto una tua canzone con quella parola dentro e mi sembra un piccolo tradimento. Sei sicuramente più felice adesso, solo nel mezzo mi chiedo che cosa è successo.
Adesso le mie gambe non prudono più. Vado prendere una birra calda e pisciosa, cinque euro in lattina e brindo da lontanissimo con tutte le zanzare.
L’altroieri mi sono laureata e questo concerto è uno dei miei regali.
Gli amici non ci credono quando dicono che questa sera vengo a sentirti, sorridono accondiscendenti e, quando racconto di quante volte t’ho visto sul palco, mi prendono in giro. Alcuni hanno trovato un video di quando ti ho intervistato per Mtv o una mia vecchia foto con te. A qualcuno ho fatto vedere il video in cui ci sono anch’io o quello di un concerto in Arena: «vedete, io ero lì!». Mi assecondano, ma si stufano in fretta dei miei racconti. Solo alcuni resistono fino alla fine, quando arrivo a parlare del tour del duemila, del mitico lasciapassare con la mia faccia stampata sopra che permetteva di andare ovunque volessi, sottopalco, camerini, parterre. Racconto degli innumerevoli concerti di quell’estate di Mantova, di Livorno, dell’indimenticabile Arezzo Wave e poi di Roma, Modena, Brescia, Monza e Padova. Del fatto che capitava c’incontrassimo in autogrill, io e i miei genitori, tu e lo staff e che ci si salutasse, sempre con un po’ di imbarazzo.
Solo pochissimi capiscono quando racconto del momento in cui ho realizzato che non avrei mai potuto esserti più vicina di così e che a un uomo di venticinque anni più grande, a sedici, non sapevo proprio che dire. Me ne sono resa conto in questo stadio, parecchi metri più giù, seduta nello spazio tra la prima fila,tenuta a bada dalle transenne, e il palco. Faceva caldo come sta sera. Ho visto che in futuro sarei stata diversa e che tutto questo non mi sarebbe più appartenuto. La felicità che si produceva nel vederti o nel sentirti, semplicemente, era venuta meno. C’ho messo del tempo per scoprire che mi ero disamorata di te.
T’ho voluto bene per due anni. Anni di confine e densissimi, anni delle prime cose, dei primi baci e dei primi esperimenti. Non so che m’avesse preso la prima volta in assoluto che t’ho visto in tv portavi i capelli lunghissimi proprio come un indiano, come diceva sempre la Nanda, e poi abbiamo finito per crederci tutti che eri un indiano, anche per colpa di un video che girava allora tutto virato al giallo, con solo i tuoi denti bianchissimi.
T’ho voluto bene ma poi è successo che ho smesso. Ho avuto parecchie altre felicità, ma poche cristalline come quella. A tratti mi manca e vorrei ci trovassimo di nuovo da te alle sei e mezza a chiacchierare, tu coi tuoi capelli corti ed io coi miei che sono sempre, più o meno, gli stessi

primi libri del duemilatredici, che poi vanno persi.
zerocalcà: armadillo e polpo
cognetti, sofia (si?) veste sempre di nero
sebald, austerliz
peppe fiore, nessuno è indispensabile

film
ernest e celestine. peccato bisio che doppia ma poteva andare peggio, ad esempio fabio volo o dj francesco.

C’è stato un tempo in cui, una quindicina – quattordici dai – anni fa in cui io dividevo i miei affetti e i miei slanci adolescenti tra due entità: uno era il rocker emiliano per eccellenza, non quello di zocca che fa filmini scemi su fb ma il suo omologo con più capelli; gli altri erano un gruppo di tizi parecchio alti di Arezzo. Con entrambe le entità, grazie ad un lavoro di paziente accerchiamento e grazie a padre e madre particolarmente divertiti nel seguirmi, ero entrata in contatto diretto, molto diretto nel senso che vedendoci ci si salutava per nome.
Per dire  il primo bacio l’ho dato dopo un concerto dei tizi parecchio altri d’Arezzo e credo anche la prima canna si collochi da quelle parti lì. A loro sono legati ricordi imperdibili, in cui io ero sempre e comunque la più piccina tra gruppi di venticinque-trentenni che si sparavano migliaia di chilometri solo per poterli vedere. Nei tempi pionieristici delle chat su irc (anzi su mirc) si stava a chiacchierare in chat con loro e il loro forum era un posto morbido e frequentatissimo. Diventammo amici sul serio, amici come puoi essere amico della tua rock band preferita quando ancora sei minorenne, quando vennero a suonare nel mio paese. Alloggiavano sopra il centro commerciale – ora sceglierebbero alberghi migliori- e io li accompagnavo a fare la spesa.
Poi sono cresciuta, mi sono stufata e ho cambiato ascolti. Ogni tanto mi mancano, mi manca quanto ero felice quando li ascoltavo e li vedevo. C’ho riprovato ad ascoltarli, niente da fare m’annoiano.
Molte volte mi sono chiesta che avrei fatto se li avessi reincontrati ora. Molte volte mi sono immaginata la loro faccia e la mia.
Poi è arrivato oggi pomeriggio. Dopo un film brutto del festival ho lasciato la bici nella rastrelliera del comune e mi sono avviata all’incrocio. Una via che non  faccio quasi mai. Semaforo rosso. Ho alzato gli occhi e al di là della strada oltre al rosso pedonale c’erano loro tre. Alti, ma meno di come li ricordavo.
Non ho lasciato che passassero senza riconoscermi, no. Mi sono piantata davanti a loro e mi sono fatta vedere. C’hanno messo un po’ ad inquadrarmi, d’altro canto era almeno 10 anni che non ci si vedeva.  Ci siamo salutati e li ho accompagnati nel quartiere dove vivo ora. Abbiamo fatto chiacchiere vane come coi parenti che non vedi da tempo. Li ho lasciati in un posto dove solitamente vado a fare l’aperitivo e gli ho augurato buon concerto, che erano venuti qui per vederne uno. Mi hanno chiesto se volevo restare con loro. Ho ringraziato e ho detto di no. Ci siamo dati appuntamento tra dieci anni.
Drigo fuma le wiston blu.
Cesare gioca al superenalotto.
Pau è sempre un po’ stronzetto.


Sul sito della Centrale Elettrica di Fies prevalgono le foto di spazi algidi e bianchi, così quando mi trovo davanti un edificio neogotico rimango sorpesa. Un castello con le guglie. Questa edizione del Festival si chiama Caracatastrofe e si svolge dentro una centrale elettrica:  tutto un omaggio e una citazione di Vasco Brondi che non risulta tra i credits, anzi, durante il viaggio ci siamo chiesti se gli organizzatori l’abbiano informato o meno o per qualche motivo abbiano scelto di non rendere esplicita una parentela che pare lampante. Da vedere questa sera ci sono tre spettacoli: Rivelazione e Tempesta di Anagoor e Teenager Riot di una compagnia che ha un nome troppo difficile anche per il pubblico raffinato di Dro e che  tutti chiamano “i belgi”. Rivelazione è un lato B di Tempesta: in sei meditazioni Anagoor racconta la genesi della riflessione sull’opera pittorica di Giorgione. E’ un’introduzione utilissima allo spettacolo che seguirà, soprattutto per chi come me decodifica con scioltezza le narrazioni più che le apparizioni. Tempesta è una sinfonia visiva purissima. Anagoor ridisegna le opere di Giorgione in uno spazio bianco, due schermi e un cubo. I personaggi dei dipinti si fanno carne davanti agli occhi e senti che niente è fine a se stesso in queste composizioni. E’ un teatro che presuppone un pubblico colto, che possa cogliere tutte le implicazioni di un’operazione come questa. Io mi sento un po’ in soggezione. Vorrei chiedere ai presenti se sono la sola a fare di questi pensieri, ma vedo troppi tagli di capelli ricercati e montature d’occhiali originali che mi respingono. Vado in bagno mi guardo allo specchio e realizzo che più o meno anch’io sono così. Mi taccio e mi infilo nella coda per “i belgi”. I belgi li avevo già visti a VIE-Scena contemporanea festival tre anni fa, uno spettacolo anch’esso dal nome infinito che suonava come Zitti e una volta per tutti vi diremo chi siamo. Non mi avevano convinto del tutto ma è tre anni che ci ripenso per cui val la pena di rivederli. La compagnia è sempre composta da un gruppo di adolescenti (a ben pensarci alcuni mi sembrano più twenty-something che teens ma forse non so più capire quanti anni ha la gente) guidati da due registi adulti. A questo giro li hanno chiusi in un cubo, una stanza di legno dalla quale i performers che sono insieme attori e testimoni della loro condizione adolescente comunicano grazie all’uso di una telecamera. Non che la telecamera sia una novità, proiezioni se ne vedono continuamente, quello che mi piace in questo caso è che in uno spettacolo con degli adolescenti, sugli adolescenti siano riusciti a rendere necessario l’uso del video, che diventa unico canale di comunicazione sull’esterno. Una scrittura scenica che -è chiarissimo- ha integrato la presenza della telecamera fin dall’inizio ed è riuscita a rendere utile la predisposizione dei più giovani (o di noi tutti) ad essere sempre visibili, sempre connessi, sempre in video. Ma lo fa rendendo gli attori-adolescenti responsabili di quello che vediamo. Quello che vediamo a volte convince, altre meno. Brandelli di storie, lezioni sull’arte del ditalino, riflessioni sulla società che tutti a sedici anni abbiamo fatto con lo stesso incrollabile massimalismo. Le azioni sceniche si svolgono secondo una partitura vivace e rigorosa, una sinfonia di baci, sputi, pomodori lanciati in faccia al pubblico che riporta tutti quanti al momento in cui noi eravamo loro, anche se noi non siamo mai stati così magri, belli e spregiudicati.

Fiumani è uno aspro, mi sembra.
Momento numero uno:
Due incauti o sbronzi o rompicoglioni dal fondo della platea iniziano a provocare: rompi la chitarra,rompi la chitarra! Lui si interrompe. Il suo accento toscano affilatissimo cozza con la cadenza bresciana degli assalitori. Li sfida, venite qua a dirlo. Venite qua o la finite di rompere i coglioni. A voce molto più bassa i due commentano: pota, questo vuole fare a botte. ‘nom ‘nom. Il concerto continua
Momento numero due:
Fine dei bis. Nel cortile del locale c’è più gente che aspetta di ballare che pubblico per il concerto. Scalpitano sui tacchi. Appena termina un pezzo il dj fa partire un disco. Fiumani è ancora sul palco. Guarda gli altri della band, fulminei ricominciano. Il sound sistem tace, noi sogghignamo, quelli che attendono il loro sabato sera sospirano accendono una sigaretta e rigirano la cannuccia nel mohjito.
Non hanno capito che Fiumani suonava anche per loro.

Partiamo da una città umida, in cui si fatica a respirare. C’imbarchiamo su un interregionale che arriva da Ancona esausto e non ho idea di come potrà trascinarsi fino a Torino.

Il viaggio da un estremo all’altro della pianura è  infinito. L’impressione è di non spostarsi mai veramente, di limitarsi a scorrere in orizzontale. La pianura mi piace, di solito. Le colline che intorno ad Asti addolciscono il tramonto mi consolano. Oggi no, voglio solo arrivare alla svelta e poco mi importa di un sorprendente gracidare che a Villafranca Cantarana da finalmente ragione del nome del luogo.

A Torino ci sono almeno dieci gradi in meno, minaccia pioggia o forse ha già piovuto. Non m’importa, mantengo il mio look balneare: gonnellina, sandali e canottiera, al diavolo il meteo. Mi faccio beffa delle Alpi che qua sono, mannaggia a loro, molto più influenti dei placidi appennini che ormai da anni rinunciano ad esercitare qualsivoglia moderazione climatica sulla città che tanto amo.

Sfiancati ma non abbastanza dal viaggio decidiamo di partire alla volta dello Spazio 211, sta sera suona Benvegnù. Io allo Spazio non ci sono mai andata. So che è in culo. In culo sono molti luoghi in questa mia nuova e grandissima città per la quale già più volte mi sono trovata a dover rivedere la mia unità di misura usuale, quella per cui entro mezz’ora arrivi dappertutto. A Torino no. Tuoni e lampi ci fanno compagnia alla fermata del 4. Scendiamo e,a naso, ci dirigiamo verso la zona in cui ipotizziamo si tengano i concerti. Lontano lontano si sente la voce familiare di Benvegnù che attacca con Il pianeta perfetto, primo pezzo dell’ultimo album. Lo seguiamo felici.

Poi silenzio. Forse ci siamo sbagliati. Invece la direzione è quella giusta e dopo aver lasciato un obolo scarsissimo (perdono perdono) alla cassa, corriamo felici verso il palco. Sopra ci sono i Benvegnù: fermi e zitti.Pozzanghere ed erba umida sotto i miei sandaletti inadeguati.

Sul palco i musicisti sembrano piuttosto tesi e lo rimangono anche quando ricominciano a suonare. Benvegnù che di solito ciarla, scherza e cazzeggia (talvolta pure troppo) si limita ad un’esecuzione precisa ma freddina. Qualcun altro dei Paoli sbaglia qualcosa e lo si vede distintamente tirare un bestemmione. Oh, ci sono pure le serate di merda. Sapremo poi che un nubrifragio si è scatenato proprio lì sopra rendendo necessario un qualche miracolo da parte dei tecnici e ritardando l’inizio del concerto (ragion per cui arrivando alle undici passate vediamo lo spettacolo dall’inizio).
Il concerto dura pochino, un’oretta e li costringono a scendere giù per ragioni di disturbo alla pubblica quiete.
Siamo tutti insoddisfatti.
Applaudiamo e aspettiamo. Poco fiduciosi in un bis ma abbastanza in qualche altro numero che i Benvegnù hanno già concesso in passato.
E infatti eccolo che arriva, chitarra a tracolla,imponente e buffo si piazza in mezzo al pubblico che gli lascia davvero poco spazio per respirare e attacca con i bis in acustico. Canzoni veramente intime che, nella migliore tradizione dei Benvegnù, vengono disinnescate da una serie di battutacce e interventi degli altri musicisti.

Quando saluta e se ne va nessuno ha il cuore di richiamarlo fuori. Felici a metà zampettiamo alla ricerca di un mezzo che ci riporti a casa. Le piante dei miei piedi, sopra i sandaletti estivi sono completamente nere.