Archivio degli articoli con tag: cose che perdo

In città sembra di stare dentro una tinozza umida. Ogni poro stilla sudore e tutte le sere nuovi insetti che volano e pungono si affollano in cucina. Il ventilatore vortica pigro, a schiacciare il tasto per aumentare la velocità temo si stacchi dal soffitto.Di sabato gli aerei che atterrano al Marconi volano bassissimi, non so, forse per il traffico fanno una rotta diversa che li porta a sfiorare i tetti delle case. Ogni giorno ho almeno quattro idee diverse e non sopporto quasi nessuno. Me ne rendo conto perché tratto male le persone. Taglio via le conversazioni per stanchezza ed imbarazzo. Questo dall’interno. Dall’esterno sembro solo sgarbata.

L’altro giorno ho fatto esami ad un’ottantina di persone. Due ragazze sono rimaste ad assistere a tutte le interrogazioni segnandosi le domande. Alla fine ho chiesto loro, dato che avevano sentito tutte le domande di sceglierne una, tanto di sicuro l’avrebbero fatto meglio di me, ma non ne sono state in grado. Ventisette e Ventinove. Poi c’era un ragazzo che non sapeva niente e io lo fissavo e intanto guardavo la foto sul badge. E il badge diceva capelli lunghi e ricci, ma il ragazzo che avevo di fronte che comunque non sapeva niente aveva la pelle di chi è passato attraverso un calvario ospedaliero e i capelli stavano ricrescendo appena. E io sentivo queste cose ma in maniera confusa e non cosciente e quando lui di fronte al mio invito a tornare a settembre ha esplicitato la parola malattia io non ho potuto fare altro che appioppargli un diciotto. E lì mi è parsa anche una cosa sensata mentre poi ripensandoci a sera quando mi sono sfilati davanti tutti gli altri e il neorealismo e visconti e francesco rosi e questi studenti non sanno niente ma forse è il libro che non li aiuta più di tanto mi sono pentita d’avergli dato quel voto di merda e avrei dovuto semplicemente lasciare scegliere a lui. Forse. E allora mi sono immaginata il ribollire dei commenti sulla mia persona, sulle domande inadeguate che faccio, sul ruolo di protoassistente che mi sta come una giacca larga e ho pensato che posso sopravviere ma al prossimo esame non farò sedere nessuno in prima fila e chiamerò il garante d’ateneo per farmi dire la policy da tenere nei confronti degli studenti malati-ex malati-che non sanno parlare italiano e sono italiani-che non sono italiani e che non sanno parlare italiano- che sputano-che si mettono  a piangere-che ti guardano con odio-che parlano senza che tu sappia come fermarli.

Sto scrivendo un articolo e faccio fatica. C’è stato un tempo remotissimo in cui scrivere era qualcosa di spontaneo, naturalissimo, non ricercato. Poi s’è inceppato un meccanismo e io testarda continuo a scribacchiare in lingua di saggio, in lingua di prosa facendo solo fatica e non trovando mai un risultato che posso dire soddisfacente. Non mi piace la forma che assumono i miei ragionamenti in forma scritta, se do vita ad un personaggio questo parla una lingua piatta e fa azioni scontatissime. Quelli che dicono che i loro personaggi prendono vita da soli e si limitano a seguirli io li scuoierei scudiscerei scalperei e via con tutta una progressione di torture con la esse.

Mi rendo conto di essere stanca quando non reggo gli status su fb. In particolare quelli che riguardano il lavoro. Io sperabilmente prima o poi ce l’avrò un lavoro e spero di ricordarmi del dolore piccolo che ho provato tutte le volte in cui un conoscente o un amico ha cambiato il suo status lavorativo per rivendicare che sì, lui ce l’aveva fatta e aveva agguantato un impiego. Tutte le volte che questo accade ripercorro a ritroso tutti i bivi che mi hanno portata qua, estate duemilatredici, ventinove anni, il dottorato senza borsa e i miei piagnistei sul precariato, sulle potenzialità  che ho realizzato. E il teatro e la scrittura e l’università e i campi. Zappare zappare zappare. No, persino la vendemmia hanno rifiutato queste mani mie delicate.

Poi suona il telefono e dall’altra parte qualcun altro che ha davvero troppo tempo libero mette insieme delle frasi sconnesse che hanno me al centro. Mi chiede conto di cose che ho detto, fatto, pensato, ipotizzato in passato con una precisione da stenografa. E io cerco di smarcare, alleggerire, fare battute ma le mie parole non hanno peso, hanno peso solo le sue, l’inesausta interrogazione sulla mia persona e io che cerco di spiegare che al centro c’è solo un vuoto di interesse mio nei confronti di lei, non la quiete suprema di chi ha compreso l’esistenza. Aggettivi come sacerdotale e materna non si adattano di certo alla mia persona. E la morale è non accettare i doni eccessivi anche quando ipotizzi che non avrebbero fatto male.

 

-ciao
-me l’hai portato un regalo?
-tieni
-il mio batterista farebbe di tutto per una spillina con jack nicholson
-….
-di che cos’è?
-di una manifestazione che fanno qua in città
-sicura che non me la chiedi indietro?
-prenditi il rischio

-tu sembri una che fa a botte.fai a botte?
-no non ancora.

-ti piace questa medaglia?
-anche no
-vedi tu sei casual
-suona come un insulto
-un po’

Tu che dici spesso che ti piacciono le persone accoglienti, quelli che ti invitano a pranzo. T’invitassi domenica diresti che hai da fare. Oltre le tue spalle, che mi dai per tre quarti, intercetto un gesto volgare del batterista a dire “ammazza quanto cucchi” Mi sento un’idiota.Conto fino ad otto. Vado via.Il concerto era bellissimo.

C’eravamo noi due, che facevamo le prove e ci immaginavamo da adulti. Prendevamo un treno,interregionale, e andavamo a Milano, nella redazione di un periodico che ci pareva bello e ci pareva appetibile. Gli zaini sulle spalle, eravamo in soggezione. La redazione tutta gialla -l’avrei ritrovata pari pari anni dopo in un documentario. C’offrirono una coca cola fatta venire apposta dal bar e cinque euro di mancia sul vassoio per il cameriere. Il busto di Lenin e quello di Marx annuivano soddisfatti. Avevamo speranze confuse, magari un tirocino lì dentro o che ne so. Facemmo anticamera per parlare col direttore che ci salutò distrattamente. La nostra guida non sembrò rilevarlo. Negli stessi uffici c’era allora la sede di una piccola casa editrice messa su da uno che vedevamo spesso in tv a sedici anni, in uno studio con lo sfondo verde. Avremmo voluto salutarlo ma ci dissero che aveva da fare.
Finì che il nostro ospite morì due anni più tardi in un giro in bicicletta, la rivista prestigiosa e antagonista chiuse e la casa editrice prospera ma io non ci lavoro e non ci lavorerò.
Ciao Beppe.

Richard Ginori stava scritto sui piattini e sulle tazzine da caffè che regalavano con i punti del supermercato. E’ stato uno dei primi nomi che ho imparato a decifrare, difficilissimo, con l’H in mezzo e senza consonante finale e pure Ginori che ammicca all’italiano ma ha un suono ostico, foresto. Anche Disney per anni non sono riuscita a leggerlo, per colpa della D arzigogolata del logo che sono riuscita a ricondurre ad una lettera dell’alfabeto quando già ero in grado di leggere delle avventure di Bianca e Bernie nella terra dei canguri in versione cartonata o La Bella Addormentata o Il Libro della Giungla.
Lo stabilimento della Richard Ginori mi si è parato davanti un pomeriggio di febbraio di qualche anno fa mentre vagavo tra i capannoni di Sesto Fiorentino alla ricerca di una sala prove. Insieme a me dall’autobus erano scesi solo i cinesi, cinesi le insegne che mi circondavano, italiani i nomi delle strade ma solo quelli. Richard Ginori, nella pianura larga alle propaggini di firenze,una terra di nessuno pianura bassa che languisce fin verso prato – svetta solo il centro commerciale Il giglio- era come sentirsi a casa. Non potevo essere lontana da nessuna parte se quello era il posto da cui arrivavano le tazzine con frutta e fiori che erano sul tavolo di casa.
Ho chiesto a dei cinesi e mi hanno dato indicazioni efficaci.
Per capirlo meglio, quel posto di capannoni e di piccole industrie, mi ero poi messa a leggere Edoardo Nesi trovandolo roboante e pretenzioso. Oggi sento che la Richard Ginori ha chiuso. A casa le tazzine le avevamo sositutite da tempo.

se ne vanno anche le mamme degli amici nelle mattine di dicembre.
E non c’è niente da fare se non continuare a giocare a tombola col miglior sorriso possibile consapevole di quanto lusso sia potersi lamentare dell’invasione annuale dei parenti, di mia mamma che borbotta in cucina e di mio papà e dei suoi momenti didattici.

Se ne vanno gli studiosi giovani nelle mattine di dicembre. In un link in memoria di riconosci la faccia di uno visto tante volte nei corridoi, lo sguardo acuto i capelli un po’ lunghi, diradati negli anni. Non c’ho mai parlato, ma l’ho incrociato tante volte nelle librerie, alle presentazioni quando incontri sempre un po’ la stessa gente e ti sembra d’essere parte di un gruppo di noti anche se nessuno vi ha mai introdotto. Quindi scopri il suo nome e cognome e che di lui d’ora in poi si parlerà soltanto al passato. Di quell’indistinto auspicio al prima o poi parleremo e ci diremo qualcosa di interessante non rimane nulla. Raccogli i libri, chiudi il computer e vai a fare la spesa.

Se ad un anno e rotti dall’inizio del PhD ancora faccio fatica a mettere giù due righe che spiegano di cosa mi occupo beh allora c’è qualche problema.

Non so il resto del mondo ma io mi son sempre immaginata cosa succederebbe se avessi la possibilità di farmi una chiacchiera con gli scrittori che leggo, coi  registi che vedo, i musicisti che ascolto. Quelle volte in cui mi capita di incontrarli a presentazioni, post concerti, reading il contesto scoraggia sempre. C’è sempre qualcuno di più convinto o più amico che riesce a catalizzare l’attenzione e allora mi sento stupida e mollo la presa. Tempo fa non ero così, la faccia come il culo, sapevo impormi all’attenzione con uscite bislacche o, in certi contesti, con un uso corretto del congiuntivo. Per dire ad un certo punto mi successe di venir selezionata tra migliaia e migliaia di persone che ascoltavano un certo cantante per fargli un’intervista sulla maggiore rete musicale giovanile. E lui stesso si stupì della naturalezza con cui dialogammo seduti ad un tavolino, io non ancora maggiorenne, lui che dava risposte fiume per paura della domanda successiva che non era stata in alcun modo preparata. Con quel musicista lì, che sarebbe quello che si contende con  un modenese di zocca il primo posto nell’immaginario nazionale, non ho mai avuto modo di fare una chiacchiera vera e propria, lunga come la sognavo. E’ passato del tempo, ho cambiato interessi ma non scordo la me sedicenne che si aggirava smarrita in un casolare di campagna della bassa reggiana sognando solo di avere dieci anni di più perché a quei quarantenni, mentre i miei genitori aspettavano fuori in macchina, non sapevo proprio che dire.
Così quando sta mattina ho avvistato in stazione un taglio di capelli che m’era familiare che poi s’è rapidamente trasformato nella faccia del cantante di uno dei gruppi che ho più ascoltato negli ultimi due anni m’è proprio venuto naturale avvicinarmi. Teneva in mano la custodia rigida della chitarra, doveva pesare un po’. L’ho salutato con un grande sorriso. Non è stato ricambiato. Ricordavo vagamente che aveva suonato in zona la sera precedente e gli ho chiesto del concerto. Tutto bene. Gli ho chiesto se stesse tornando a Milano. Sì. Ah bene. Io torno a Torino. Non ha risposto. Ho iniziato a sentire che gli stavo dando fastidio. Così quand’è arrivato il treno che era ovvio entrambi avremmo preso dato che stavamo aspettando sullo stesso binario ho salutato e sono andata verso la mia carrozza, senza guardare quale fosse la sua e sperando di trovarmelo come vicino di posto. Non è successo. Per un po’ ho valutato se fare un giro lungo il treno ma andava troppo veloce e nel tempo in cui ho trovato il coraggio eravamo a Porta Garibaldi. Lo stesso il giorno dopo ha pubblicato sul suo profilo di facebook delle foto che ritraggono le gambe magre di alcune modelle che hanno posato per il video del loro nuovo pezzo, tra poco in uscita e ha raccolto commenti entusiastici. E allora mi sono detta che non mi sono persa poi granchè, l’altra mattina in treno.

Quando abitavo in centro mi chiedevo spesso come mai, vista la vicinanza dell’aeroporto alla città, non capitasse di sentire atterri e decolli quando nel mio paese, che sta poi a 20 km da uno di quelli più trafficati del nord il suono dell’aereo è, da una decina d’anni, normalità.
Dovevo andare via da qui e tornarci, un paio di km più a nord, per rendermi conto che è questione di rotte. Sul centro gli aerei non ci volano, qua in periferia sì. Mi sto già abituando.
Qualche giorno fa ho mangiato in centro nel locale in cui avevo fatto la festa laurea. Ci lavora un’amica che non sentivo da un po’.
-stai bene sei tornata quindi?
-più o meno.
– Ah brava. Io me ne vado. Torno in paese.

La ragione non gliel’ho chiesta. Dopo dodici anni che sta qua, se decide di tornare a casa, casa che è regione dell’estremo nord, avrà i suoi motivi.
Le polpettine vegetariane che mi ha portato poco dopo non erano un granchè, troppo oleose.
Poi sono andata in facoltà e la vista dei ventidue-ventitrenni che affollavano le vie, la piazza, le biblioteche, il bar, i cortili, le panchine, i portici, le tabaccherie, le librerie m’è parsa intollerabile.

 Imbocco le scale della mia vecchia casa sotto lo sguardo senza scampo e perdono della Madonna del Pianerottolo che, dall’alto del suo tondo, scruta chi passa. E’ così dal giorno in cui l’hanno ridipinta, dimenticando di aggiungere il bianco intorno al nero delle pupille. Adolfa siede in bilico su uno sgabello piazzato fuori dalla porta del suo appartamento. La testa poggiata sul petto, dorme respirando a fischi. La veste ricade in ampi panneggi e le maniche non sono abbastanza larghe per contenere le sue enormi braccia. Sul campanello del terzo piano c’è scritto ancora il mio nome. Suono. Nessuna risposta. Cerco nel mazzo la chiave con la faccia di Lisa Simpson, la infilo nella toppa. Sento delle voci, tolgo la chiave e salgo di una mezza rampa, le voci si spengono al secondo piano. Dalla finestra delle scale posso vedere la cucina vuota. Apro la porta d’ingresso, la libreria e il tavolo non ci sono più. Non voglio andare in camera mia, non voglio sapere cosa hanno fatto allo scaffale dipinto di blu, all’armadio coi pomelli rubati all’Ikea, non voglio vedere il mio letto, la mia scrivania, il cassettone con dentro le cose di qualcun altro. Infatti non le vedo perché la stanza in cui sto entrando non è la mia. E’ troppo grande. Al centro c’è una cattedra, di fronte tre file di sedie con della gente accomodata sopra. Mi  fissano come avessi qualcosa che non va, mi accerto di avere indosso i pantaloni. Uno si alza e mi allunga un foglio.

– Ecco l’elenco. – Una serie di nomi, tutti presenti tranne Vera Roveda. Il primo della lista è già seduto di fronte alla cattedra e si morde le labbra. Si volta verso gli amici che fanno ampi gesti, come per dire: – Coraggio! Siamo con te!-  Ho un vuoto allo stomaco, come fossi ad un esame per cui non ho studiato abbastanza. Sorrido. Sorride.  -Allora… – sento il rumore dei corpi che si tendono per non perdere niente di quello che, a questo punto è evidente, sto per chiedergli -… la questione meridionale. –  Dietro riprendono a respirare. Il ragazzo, non sono del tutto certa che sia lo stesso di prima, attacca cantilenando: – Il primo film che la Storia del cinema italiano ricordi è La presa di Roma di Filoteo Alberini, del 1905, sei quadri d’azione dalla breccia di Porta Pia alla resa di Roma. – Mi vien da dormire. No, devo restare sveglia – Più l’apoteosi simbolica del settimo quadro.- Tace.  Gli dico che sarebbe meglio tornasse un’altra volta. Lui fa lo sguardo da gatto di Shrek e sussurra che gli serve per la borsa di studio. Controllo il suo libretto, l’ultimo esame risale a sei mesi fa: -Avrebbe potuto ricordarsene prima. – Non accenna ad alzarsi, così scrivo 18 e firmo. Lascia il posto ad un uomo che ha uno schema in Exel con le ragioni storiche del brigantaggio e pretende di elencarle in ordine alfabetico. Di nuovo dormo, sogno la mia camera la prima volta che ci sono entrata, m’era parso avesse due finestre. Il tizio mi tocca leggermente un gomito. Dico che mi sembra preparato anche se ha qualche lacuna: – Va bene 28? – Sgrana gli occhi, non capisco se per la felicità o per l’indignazione, anche quelli seduti dietro sono attraversati da un brivido. Ora si alzano e vengono qua, mi dicono che sono un’incompetente e io non potrò non ammettere il lungo tortuoso e irregolare percorso che mi legittima, anzi, non mi legittima, a stare da questo lato del tavolo. Forse chiederò scusa. La studentessa cinese non la voglio. Parla di Franco Quadri anzi di Flanco Quadli,  non vorrei ridere ma non riesco a trattenermi e sghignazzo, incrociando gli sguardi di disapprovazione dei suoi colleghi. Le do 26 per scusarmi e mentre firmo m’affiora alle labbra un motivetto: – Cinciuè cinciuè non beve latte ma solo tè.- Cinciuè non da mostra di aver sentito, forse non conosce la canzone. Una ragazza con le unghie decorate inizia a parlare a macchinetta, la interrompo, cosa le ho chiesto non so, ma la sua faccia si incrina, il fondotinta è percorso da crepe, le unghie torturano il palmo della mano e poi l’avambraccio, lasciando lunghe strisciate rosse. Quelli alle sue spalle -sempre più numerosi- si agitano, uno di loro sillaba sottovoce: –  Po-ve-ri na.-  Al suo fianco confermamo: – Che stronza! – Io? Se sono la più buona di tutte: – Va bene, basta. 27. –

Il viso si ricompone:  -Soltanto? –

Lo studente successivo s’abbandona sulla sedia con aria patibolare, ma non faccio in tempo a chiedergli niente perché il rumore di chiavi che girano nella toppa si incarica di ricordarmi che io non dovrei essere lì. Mi alzo. Sono in due, cadetti dell’accademia militare di Modena, con la divisa coi bottoni d’oro, la cintura bianca e lo spadino. Mi prendono uno per i polsi e l’altro per le caviglie e mi portano giù in fretta lungo la scala. S’arrestano solo per un rapido e composto omaggio alla Madonna del Pianerottolo. Fuori dal portone aspetta una carrozza. Seduta a cassetta c’è l’Adolfa. Mi depositano all’interno, si sistemano uno alla mia destra e uno alla mia sinistra. Partiamo.