Un giorno successe che Chiara impazzì. Io non la conoscevo per niente bene. Dicevano che la coinquilina aveva chiamato l’ambulanza dopo giorni in cui non la vedeva uscire dalla sua camera. L’avevano portata in una clinica verso San Lazzaro. Era caldo. Io a trovarla non ci sono mai andata. C’andava Simone e poi mi raccontava che non gli sembrava che stesse male. Dopo una settimana arrivò sua madre e la portò via. Chiara si riprese, visse altrove in Italia e all’estero e non finì mai l’università. Noi per un po’ girammo inquieti, come non credessimo che una città come quella in cui avevamo scelto divivere potesse essere tanto crudele da permettere che una ventenne impazzisse di colpo. Ci scrutavamo più a lungo nello specchio e nelle vetrine sperando di riuscire ad intravedere un sintomo che ci consentisse di capire che stavamo per perdere il senno. Continuammo ad andare a lezione, a studiare,a svegliarci e a dormire tardi, a fare le cose normali solo che costavano più fatica. Dopo un po’ finì anche quel senso lì e ci preoccupavamo di qualcosa d’altro che ora non ricordo.