Archivio degli articoli con tag: cambi di clima

-ciao
-me l’hai portato un regalo?
-tieni
-il mio batterista farebbe di tutto per una spillina con jack nicholson
-….
-di che cos’è?
-di una manifestazione che fanno qua in città
-sicura che non me la chiedi indietro?
-prenditi il rischio

-tu sembri una che fa a botte.fai a botte?
-no non ancora.

-ti piace questa medaglia?
-anche no
-vedi tu sei casual
-suona come un insulto
-un po’

Tu che dici spesso che ti piacciono le persone accoglienti, quelli che ti invitano a pranzo. T’invitassi domenica diresti che hai da fare. Oltre le tue spalle, che mi dai per tre quarti, intercetto un gesto volgare del batterista a dire “ammazza quanto cucchi” Mi sento un’idiota.Conto fino ad otto. Vado via.Il concerto era bellissimo.

Quando abitavo in centro mi chiedevo spesso come mai, vista la vicinanza dell’aeroporto alla città, non capitasse di sentire atterri e decolli quando nel mio paese, che sta poi a 20 km da uno di quelli più trafficati del nord il suono dell’aereo è, da una decina d’anni, normalità.
Dovevo andare via da qui e tornarci, un paio di km più a nord, per rendermi conto che è questione di rotte. Sul centro gli aerei non ci volano, qua in periferia sì. Mi sto già abituando.
Qualche giorno fa ho mangiato in centro nel locale in cui avevo fatto la festa laurea. Ci lavora un’amica che non sentivo da un po’.
-stai bene sei tornata quindi?
-più o meno.
– Ah brava. Io me ne vado. Torno in paese.

La ragione non gliel’ho chiesta. Dopo dodici anni che sta qua, se decide di tornare a casa, casa che è regione dell’estremo nord, avrà i suoi motivi.
Le polpettine vegetariane che mi ha portato poco dopo non erano un granchè, troppo oleose.
Poi sono andata in facoltà e la vista dei ventidue-ventitrenni che affollavano le vie, la piazza, le biblioteche, il bar, i cortili, le panchine, i portici, le tabaccherie, le librerie m’è parsa intollerabile.

Fiumani è uno aspro, mi sembra.
Momento numero uno:
Due incauti o sbronzi o rompicoglioni dal fondo della platea iniziano a provocare: rompi la chitarra,rompi la chitarra! Lui si interrompe. Il suo accento toscano affilatissimo cozza con la cadenza bresciana degli assalitori. Li sfida, venite qua a dirlo. Venite qua o la finite di rompere i coglioni. A voce molto più bassa i due commentano: pota, questo vuole fare a botte. ‘nom ‘nom. Il concerto continua
Momento numero due:
Fine dei bis. Nel cortile del locale c’è più gente che aspetta di ballare che pubblico per il concerto. Scalpitano sui tacchi. Appena termina un pezzo il dj fa partire un disco. Fiumani è ancora sul palco. Guarda gli altri della band, fulminei ricominciano. Il sound sistem tace, noi sogghignamo, quelli che attendono il loro sabato sera sospirano accendono una sigaretta e rigirano la cannuccia nel mohjito.
Non hanno capito che Fiumani suonava anche per loro.

Partiamo da una città umida, in cui si fatica a respirare. C’imbarchiamo su un interregionale che arriva da Ancona esausto e non ho idea di come potrà trascinarsi fino a Torino.

Il viaggio da un estremo all’altro della pianura è  infinito. L’impressione è di non spostarsi mai veramente, di limitarsi a scorrere in orizzontale. La pianura mi piace, di solito. Le colline che intorno ad Asti addolciscono il tramonto mi consolano. Oggi no, voglio solo arrivare alla svelta e poco mi importa di un sorprendente gracidare che a Villafranca Cantarana da finalmente ragione del nome del luogo.

A Torino ci sono almeno dieci gradi in meno, minaccia pioggia o forse ha già piovuto. Non m’importa, mantengo il mio look balneare: gonnellina, sandali e canottiera, al diavolo il meteo. Mi faccio beffa delle Alpi che qua sono, mannaggia a loro, molto più influenti dei placidi appennini che ormai da anni rinunciano ad esercitare qualsivoglia moderazione climatica sulla città che tanto amo.

Sfiancati ma non abbastanza dal viaggio decidiamo di partire alla volta dello Spazio 211, sta sera suona Benvegnù. Io allo Spazio non ci sono mai andata. So che è in culo. In culo sono molti luoghi in questa mia nuova e grandissima città per la quale già più volte mi sono trovata a dover rivedere la mia unità di misura usuale, quella per cui entro mezz’ora arrivi dappertutto. A Torino no. Tuoni e lampi ci fanno compagnia alla fermata del 4. Scendiamo e,a naso, ci dirigiamo verso la zona in cui ipotizziamo si tengano i concerti. Lontano lontano si sente la voce familiare di Benvegnù che attacca con Il pianeta perfetto, primo pezzo dell’ultimo album. Lo seguiamo felici.

Poi silenzio. Forse ci siamo sbagliati. Invece la direzione è quella giusta e dopo aver lasciato un obolo scarsissimo (perdono perdono) alla cassa, corriamo felici verso il palco. Sopra ci sono i Benvegnù: fermi e zitti.Pozzanghere ed erba umida sotto i miei sandaletti inadeguati.

Sul palco i musicisti sembrano piuttosto tesi e lo rimangono anche quando ricominciano a suonare. Benvegnù che di solito ciarla, scherza e cazzeggia (talvolta pure troppo) si limita ad un’esecuzione precisa ma freddina. Qualcun altro dei Paoli sbaglia qualcosa e lo si vede distintamente tirare un bestemmione. Oh, ci sono pure le serate di merda. Sapremo poi che un nubrifragio si è scatenato proprio lì sopra rendendo necessario un qualche miracolo da parte dei tecnici e ritardando l’inizio del concerto (ragion per cui arrivando alle undici passate vediamo lo spettacolo dall’inizio).
Il concerto dura pochino, un’oretta e li costringono a scendere giù per ragioni di disturbo alla pubblica quiete.
Siamo tutti insoddisfatti.
Applaudiamo e aspettiamo. Poco fiduciosi in un bis ma abbastanza in qualche altro numero che i Benvegnù hanno già concesso in passato.
E infatti eccolo che arriva, chitarra a tracolla,imponente e buffo si piazza in mezzo al pubblico che gli lascia davvero poco spazio per respirare e attacca con i bis in acustico. Canzoni veramente intime che, nella migliore tradizione dei Benvegnù, vengono disinnescate da una serie di battutacce e interventi degli altri musicisti.

Quando saluta e se ne va nessuno ha il cuore di richiamarlo fuori. Felici a metà zampettiamo alla ricerca di un mezzo che ci riporti a casa. Le piante dei miei piedi, sopra i sandaletti estivi sono completamente nere.