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Un giorno successe che Chiara impazzì. Io non la conoscevo per niente bene. Dicevano che la coinquilina aveva chiamato l’ambulanza dopo giorni in cui non la vedeva uscire dalla sua camera. L’avevano portata in una clinica verso San Lazzaro. Era caldo. Io a trovarla non ci sono mai andata. C’andava Simone e poi mi raccontava che non gli sembrava che stesse male. Dopo una settimana arrivò sua madre e la portò via. Chiara si riprese, visse altrove in Italia e all’estero e non finì mai l’università. Noi per un po’ girammo inquieti, come non credessimo che una città come quella in cui avevamo scelto divivere potesse essere tanto crudele da permettere che una ventenne impazzisse di colpo. Ci scrutavamo più a lungo nello specchio e nelle vetrine sperando di riuscire ad intravedere un sintomo che ci consentisse di capire che stavamo per perdere il senno. Continuammo ad andare a lezione, a studiare,a svegliarci e a dormire tardi, a fare le cose normali solo che costavano più fatica. Dopo un po’ finì anche quel senso lì e ci preoccupavamo di qualcosa d’altro che ora non ricordo.

Se ne vanno gli studiosi giovani nelle mattine di dicembre. In un link in memoria di riconosci la faccia di uno visto tante volte nei corridoi, lo sguardo acuto i capelli un po’ lunghi, diradati negli anni. Non c’ho mai parlato, ma l’ho incrociato tante volte nelle librerie, alle presentazioni quando incontri sempre un po’ la stessa gente e ti sembra d’essere parte di un gruppo di noti anche se nessuno vi ha mai introdotto. Quindi scopri il suo nome e cognome e che di lui d’ora in poi si parlerà soltanto al passato. Di quell’indistinto auspicio al prima o poi parleremo e ci diremo qualcosa di interessante non rimane nulla. Raccogli i libri, chiudi il computer e vai a fare la spesa.

Sono teneri i genitori che accompagnano i figli giovani a cercare casa: si illudono che la loro presenza basti a proteggerli. E invece non serve a niente, se non ad evidenziare l’uscita del figlio dal territorio domestico. Ora valgono altre leggi e non è affatto detto che padri e madri siano i più adatti ad interpretarle.

Torneranno questi padri e madri tra un paio di mesi. Siederanno in imbarazzo nelle cucine sporche di case condivise da generazioni, su tavoli che portano l’impronta di qualcuno che ormai ha la loro età e si meraviglieranno della nuova sicurezza almeno apparente dei figli che li fa muovere, forse per la prima volta, in un ambiente in cui loro, i padri e le madri, hanno veramente poche speranze di controllo e comprensione.

Faranno ai coinquilini domande gentili e banali e offriranno pranzi e caffè. Ci vorranno dei mesi prima di prendere le misure di questa nuova adultitudine che, per i più fortunati, si compirà nel giro di cinque o sei anni e poi li vedrà girare per quella stessa città – o per altre- uniti e paritari.

In mezzo ci saranno le trepidazioni per i primi esami, gli sforzi o le rinunce nello spiegare ai parenti a santo stefano di cosa tratta il corso di studi per cui sei finito così lontano e i sorrisi di circostanza. I più avvertiti tra i genitori sapranno come vestirsi il giorno della laurea, alcune madri invece giungeranno ricoperte d’oro. Le macchine piene di profumo e speranze ritorneranno poi verso casa e la foto incorniciata del pargolo, ornata da una foglia d’alloro, a far bella mostra in cucina, a fianco di quella del battesimo e della cresima.

 Imbocco le scale della mia vecchia casa sotto lo sguardo senza scampo e perdono della Madonna del Pianerottolo che, dall’alto del suo tondo, scruta chi passa. E’ così dal giorno in cui l’hanno ridipinta, dimenticando di aggiungere il bianco intorno al nero delle pupille. Adolfa siede in bilico su uno sgabello piazzato fuori dalla porta del suo appartamento. La testa poggiata sul petto, dorme respirando a fischi. La veste ricade in ampi panneggi e le maniche non sono abbastanza larghe per contenere le sue enormi braccia. Sul campanello del terzo piano c’è scritto ancora il mio nome. Suono. Nessuna risposta. Cerco nel mazzo la chiave con la faccia di Lisa Simpson, la infilo nella toppa. Sento delle voci, tolgo la chiave e salgo di una mezza rampa, le voci si spengono al secondo piano. Dalla finestra delle scale posso vedere la cucina vuota. Apro la porta d’ingresso, la libreria e il tavolo non ci sono più. Non voglio andare in camera mia, non voglio sapere cosa hanno fatto allo scaffale dipinto di blu, all’armadio coi pomelli rubati all’Ikea, non voglio vedere il mio letto, la mia scrivania, il cassettone con dentro le cose di qualcun altro. Infatti non le vedo perché la stanza in cui sto entrando non è la mia. E’ troppo grande. Al centro c’è una cattedra, di fronte tre file di sedie con della gente accomodata sopra. Mi  fissano come avessi qualcosa che non va, mi accerto di avere indosso i pantaloni. Uno si alza e mi allunga un foglio.

– Ecco l’elenco. – Una serie di nomi, tutti presenti tranne Vera Roveda. Il primo della lista è già seduto di fronte alla cattedra e si morde le labbra. Si volta verso gli amici che fanno ampi gesti, come per dire: – Coraggio! Siamo con te!-  Ho un vuoto allo stomaco, come fossi ad un esame per cui non ho studiato abbastanza. Sorrido. Sorride.  -Allora… – sento il rumore dei corpi che si tendono per non perdere niente di quello che, a questo punto è evidente, sto per chiedergli -… la questione meridionale. –  Dietro riprendono a respirare. Il ragazzo, non sono del tutto certa che sia lo stesso di prima, attacca cantilenando: – Il primo film che la Storia del cinema italiano ricordi è La presa di Roma di Filoteo Alberini, del 1905, sei quadri d’azione dalla breccia di Porta Pia alla resa di Roma. – Mi vien da dormire. No, devo restare sveglia – Più l’apoteosi simbolica del settimo quadro.- Tace.  Gli dico che sarebbe meglio tornasse un’altra volta. Lui fa lo sguardo da gatto di Shrek e sussurra che gli serve per la borsa di studio. Controllo il suo libretto, l’ultimo esame risale a sei mesi fa: -Avrebbe potuto ricordarsene prima. – Non accenna ad alzarsi, così scrivo 18 e firmo. Lascia il posto ad un uomo che ha uno schema in Exel con le ragioni storiche del brigantaggio e pretende di elencarle in ordine alfabetico. Di nuovo dormo, sogno la mia camera la prima volta che ci sono entrata, m’era parso avesse due finestre. Il tizio mi tocca leggermente un gomito. Dico che mi sembra preparato anche se ha qualche lacuna: – Va bene 28? – Sgrana gli occhi, non capisco se per la felicità o per l’indignazione, anche quelli seduti dietro sono attraversati da un brivido. Ora si alzano e vengono qua, mi dicono che sono un’incompetente e io non potrò non ammettere il lungo tortuoso e irregolare percorso che mi legittima, anzi, non mi legittima, a stare da questo lato del tavolo. Forse chiederò scusa. La studentessa cinese non la voglio. Parla di Franco Quadri anzi di Flanco Quadli,  non vorrei ridere ma non riesco a trattenermi e sghignazzo, incrociando gli sguardi di disapprovazione dei suoi colleghi. Le do 26 per scusarmi e mentre firmo m’affiora alle labbra un motivetto: – Cinciuè cinciuè non beve latte ma solo tè.- Cinciuè non da mostra di aver sentito, forse non conosce la canzone. Una ragazza con le unghie decorate inizia a parlare a macchinetta, la interrompo, cosa le ho chiesto non so, ma la sua faccia si incrina, il fondotinta è percorso da crepe, le unghie torturano il palmo della mano e poi l’avambraccio, lasciando lunghe strisciate rosse. Quelli alle sue spalle -sempre più numerosi- si agitano, uno di loro sillaba sottovoce: –  Po-ve-ri na.-  Al suo fianco confermamo: – Che stronza! – Io? Se sono la più buona di tutte: – Va bene, basta. 27. –

Il viso si ricompone:  -Soltanto? –

Lo studente successivo s’abbandona sulla sedia con aria patibolare, ma non faccio in tempo a chiedergli niente perché il rumore di chiavi che girano nella toppa si incarica di ricordarmi che io non dovrei essere lì. Mi alzo. Sono in due, cadetti dell’accademia militare di Modena, con la divisa coi bottoni d’oro, la cintura bianca e lo spadino. Mi prendono uno per i polsi e l’altro per le caviglie e mi portano giù in fretta lungo la scala. S’arrestano solo per un rapido e composto omaggio alla Madonna del Pianerottolo. Fuori dal portone aspetta una carrozza. Seduta a cassetta c’è l’Adolfa. Mi depositano all’interno, si sistemano uno alla mia destra e uno alla mia sinistra. Partiamo.

Cara Carissima Bologna, che ti succede?
Al botaniQue che sono i Giardini di via Filippo Re, da un paio d”anni dati in gestione all’Estragon per un meritorio programma di concerti estivi, suonano gli Amor Fou. Dire che mi trovo a Bologna in questi giorni per vedere il loro concerto è forse eccessivo, dire che sono qua anche per loro corrisponde al vero. Sulla pagina facebook dell’evento avvisano che si inizia alle 21.30, puntuali!
Tratteniamo una pernacchia, 21.30 d’estate a Bologna, figuriamoci. E invece si, qualcosa dev’essere successo in questi mesi  d’assenza perché alle 21.45 lungo via Irnerio risuonano le note di De Pedis. C’affrettiamo, via Irnerio non è mai stata così lunga, sembra quasi di stare  a Torino dove le strade non finiscono mai.


Gran parte del pubblico, che aumenterà nel corso della serata -non dobbiamo essere gli unici ad aver calcolato male i tempi- siede comodo sull’erba, altri defilati guardano da lontano. Sudiamo tutti tantissimo mentre scacciamo grandi zanzare di pianura, ma è l’unico fastidio. Subito dopo De Pedis attaccano con Filemone e Bauci, la cui  strofa iniziale «la nostra grande tradizione Repubblicana non mi ha insegnato ancora quando si possa perdonare» è per me sintesi incredibilmente precisa  dell’incapacità nazionale di fare i conti con il  passato.
Dall’ultima volta che ho visto gli Amor Fou in formazione completa sono trascorsi alcuni mesi, era un autunno piovosissimo in un piccolo circolo di Brescia che ora non esiste più.Lo spazio aveva l’intimità della cameretta in cui per mirarcolo si manifesta il tuo gruppo preferito.  Qui no: siamo in tanti a conoscere le canzoni a memoria e a canticchiarle (nel mio caso) o a dare libero sfogo alla propria ugola repressa (la ragazza in fianco a me). Ed bello vedere che un disco che uno ama, com’è stato nel mio caso per I Moralisti, ha nel corso di un anno e mezzo di vita, circolato e preso respiro. Come i musicisti sul palco ormai rodatissimi e insolitamente ciarlieri. Il concerto scorre senza intoppi, c’è tempo per una dedica ad un neosposo molto particolare (B.R.U.N.E.T.T.A)  e anche per un piccolo assaggio di pezzi nuovi (Il Ticinese, ispirata ad uno storico personaggio del quartiere milanese di Baggio, un tema strumentale, un altro pezzo che parla di peccato originale) che fanno venir voglia di ascoltare presto il prossimo album.

Dopo la cavalcata di Dolmen (sempre più ricca e coinvolgente) e una manciata di altri brani, gli Amor Fou salutano. Io li avrei ascoltati ancora un bel po’, ma immagino che per motivi di gestione e di sudore sia stato meglio così.

Ci spostiamo poco più all’Ortica. Scopro che ho iniziato a dimenticare alcune cose di questa città, oltre al caldo intendo, ad esempio che una media artigianale e biologica può costare cara: 5 euro. Maledico il chilometro zero, i produttori di birra cruda e la mia scarsa memoria e butto giù che ce n’è proprio bisogno in una sera come questa.Domani infatti ho una sveglia presto, che è  la vera ragione per cui sono qua.
Più tardi mentre torniamo a casa lungo via Mascarella con l’asfalto che erutta il calore della giornata e lo scroscio della saracinesca del modo infoshop penso che ho imparato qualcosa lungo questi otto mesi d’assenza: che i posti quando vai altrove rimangono lì e t’aspettano tutte le volte in cui hai voglia di tornare, basta solo ricordarsi di prestare fede all’orario di inizio  dei concerti.