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Agata, da quando è dimagrita, si piace moltissimo. Non che prima non si piacesse ma adesso con le gambe snelle e le ginocchia puntute che spuntano da una serie di gonnelline taglia trentaquattro può dire, finalmente dopo anni, di riconoscersi.
Chi le stava intorno avrebbe scommesso che era accaduto nel giro di poco, qualche mese o poco più. Lei invece sa che non è così. Aveva iniziato dopo la maturità a spalmarsi una melma appiccicosa intorno alle cosce e ad avvolgerle nella stagnola, stando attenta a non farsi notare dalle coinquiline. A quel tempo però le piaceva ancora mangiare schifezze e fare abbondanti colazioni con caffè e brioche alla crema.
La crema. Che schifo. Una mattina al bar le servono una brioche alla crema e la svuota dal ripieno sotto gli occhi costernati della barista. Poi ne mangia solo metà.
Aveva proseguito misurando ogni sera la distanza tra le cosce. Quando una conoscente era sparita per qualche mese per ricomparire poi visibilmente più magra aveva inghiottito l’umiliazione e le aveva chiesto di spiegarle. Lei le aveva passato una complicata tabella per il calcolo delle calorie. Agata, da sempre portatissima per le cose matematiche, aveva capito al volo. Basta carboidrati. E così aveva fatto. Da ragazza tondetta e resistente è diventata una cosina piccola e leggera che, a caricarla sulla canna della bici non pesa niente. Insieme ai chili di troppo se ne sono andate le battute brillanti e una certa disposizione battagliera che si sa, stona con gli short, gli stivaletti e il chiodo in plastica dell’h&m.

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Un giorno successe che Chiara impazzì. Io non la conoscevo per niente bene. Dicevano che la coinquilina aveva chiamato l’ambulanza dopo giorni in cui non la vedeva uscire dalla sua camera. L’avevano portata in una clinica verso San Lazzaro. Era caldo. Io a trovarla non ci sono mai andata. C’andava Simone e poi mi raccontava che non gli sembrava che stesse male. Dopo una settimana arrivò sua madre e la portò via. Chiara si riprese, visse altrove in Italia e all’estero e non finì mai l’università. Noi per un po’ girammo inquieti, come non credessimo che una città come quella in cui avevamo scelto divivere potesse essere tanto crudele da permettere che una ventenne impazzisse di colpo. Ci scrutavamo più a lungo nello specchio e nelle vetrine sperando di riuscire ad intravedere un sintomo che ci consentisse di capire che stavamo per perdere il senno. Continuammo ad andare a lezione, a studiare,a svegliarci e a dormire tardi, a fare le cose normali solo che costavano più fatica. Dopo un po’ finì anche quel senso lì e ci preoccupavamo di qualcosa d’altro che ora non ricordo.

Ad un certo punto c’era un tizio con cui uscivo che aveva il nome di paperino. Era più grande, aveva la macchina e avrebbe dovuto passare il suo tempo all’università. Per lo più stazionava nel parco fuori dalla mia scuola. Era stato lui a chiedermi il numero. La prima volta che siamo usciti, un pomeriggio di metà settimana, m’aveva detto di portare la birra. Alla Pam avevo scelto la Dhrer sperando che andasse bene nonostante la canzoncina stupida della pubblicità e penso fosse stata proprio quella a farmela scegliere. La cassiera m’aveva rivolto una specie di sguardo di riprovazione. Andava bene, oppure non importava. Quel pomeriggio lì avevo lasciato partire un treno dopo l’altro, dicendomi -stellina- che al mio posto Leopardi o Foscolo avrebbero fatto lo stesso, m’avrebbero capito. Loro sì, mia madre non apprezzò la logica incrollabile del ragionamento. Con questo moroso bello e basso col nome di paperino ci vedevamo il pomeriggio che uscire la sera non era permesso, figuriamoci in settimana poi (un anno dopo, potendo uscire ogniqualvolta volessi, l’avrei fatto molto meno). Una sera a questo moroso un po’ tossico che mi aveva raccontato che era andato a sbattere contro il guard rail perché era troppo ubriaco, scrissii che stavo guardando sanremo e che mi annoiavo.
Tardi, molto più tardi il telefono s’illuminò. Mi dispiace se t’annoi noi stiamo bevendo l’assenzio.
Come era facile immaginare non durò molto.
Si mise poi con una tipo me, ma più magra e più alta, e già io lo superavo di mezza testa. Mi dissero che era perché lei gliel’aveva data. Restarono insieme diversi anni, non credo solo per quello. Poi lui aprì un baretto in centro, ci sono andata una volta sola sentire suonare un mio amico. Abbiamo fatto finta di non riconoscerci.
L’assenzio lo provai l’estate successiva a Barcellona. Non era poi sta gran cosa.

La prima volta che l’ho visto ho pensato che era parecchio più basso di come me l’ero figurata. O forse quello l’ho pensato la seconda volta, la prima ero troppo impegnata a credere era lì e che se gli avessi parlato m’avrebbe risposto.
Era un pomeriggio d’autunno appena iniziato, la macchina dei miei genitori parcheggiata sotto gli alberi alti del viale, nel bagagliaio lo zaino con i libri di greco e latino, materie nuove della quarta ginnasio.
Quattordici anni, a mezzogiorno sono fuori da scuola e a mezzogiorno partiamo. Due ore e mezza e siamo attivati.
Scopo: imbustare fanzine, tantissime fanzine appena uscite dalla tipografia. Intanto i miei consumano le scarpe sotto i portici del centro, avanti e indietro. Forse è questa la volta che ti incontrano in libreria, ma i cellulari non ci sono ancora e quindi lo scoprirò solo la sera quando i grandi si organizzano per la cena, mentre noi torniamo verso casa. Forse invece è un’altra la volta in cui avete accennato un saluto, una delle tante che seguiranno a questa prima spedizione. Ed è bellissimo il paese alle sei e mezza, tutto un tramonto di campi piatti e cascine, tramonto che chissà se ho visto davvero o se lo prelevo tutto intero da un racconto di Tondelli-Autobahn- e via infilare l’autobrennero verso nord, verso casa. Ho dita nere di inchiostro, le fanzine appena stampate le macchiano. Nello zaino c’è quella col mio nome, io non sono come gli altri che la ricevono per posta, io la posso portare a casa con me.
L’ultima volta che l’ho visto era piccolissimo, sul palco dello stadio di Padova, un paio di estati fa. Il suo faccione è sullo schermo, io sto in alto sulla tribuna laterale. Mi prudono le gambe,  hanno dentro le code fuori dai palazzetti, gli scatti da centometrista -non ho mai corso così veloce dopo- le primefile e i concerti sotto al palco. Mi alzo, mi agito e salto come una volta, quando mi facevo sentire, quando mi potevi vedere ed ero certa che, da un metro e mezzo più in alto di noi, fossi in grado di  distinguere la mia faccia e alla mia faccia sapessi associare un nome, quello giusto, il mio. Me ne hai dato prova una volta durante un assolo, anno millenovecentonovantotto. Vieni di fronte a me, ti sporgi e fuori dal microfono gridi forte il mio nome. Che è successo davvero lo capisco solo quando vedo le facce di quelli accanto a me.
Quando ho smesso di esserci, sotto il palco, mi sono chiesta se ti sia mai mancato trovare la mia faccia ad aspettarti, se ci sia mai stato un attimo di smarrimento nel constatare che, nel panorama familiare della prima fila – eravamo quasi sempre gli stessi- la mia non c’era più. Chissà se ti sei chiesto che fine avessi fatto o se il naturale avvicendarsi delle migliaia di fan funziona come un onda, che fa risacca e torna indietro e porta via, al largo. Non più le battaglie per un posto davanti, meglio il fondo del parterre, meglio la tribuna, meglio, infine,starti un po’ lontano.
Periodicamente sono tornata, emozionata per le canzoni che saranno per sempre le mie, ma nello stesso tempo un po’ sospettosa e a disagio, nel diluvio di suoni e parole nuove cui non riesco a voler bene, musicisti che non chiamo più per nome.
Anni fa, durante una trasmissione televisiva, mi chiesero di preparare una domanda da farti, poi  successe che scelsero quella di un altro.
T’avrei chiesto quand’è successo e come sei riuscito a sdoganare la parola AMORE e a farla entrare nel tuo lessico.
Ci sono alcune tue interviste che io so a memoria. In una di queste – sei già famoso ma di un successo ancora acerbo con cui non sei venuto a patti e ci soffri e si vede-  dici che non sei di quelli che usano la parola amore nelle canzoni perché preferisci raccontarlo.
Qualche anno dopo al supermercato ascolto una tua canzone con quella parola dentro e mi sembra un piccolo tradimento. Sei sicuramente più felice adesso, solo nel mezzo mi chiedo che cosa è successo.
Adesso le mie gambe non prudono più. Vado prendere una birra calda e pisciosa, cinque euro in lattina e brindo da lontanissimo con tutte le zanzare.
L’altroieri mi sono laureata e questo concerto è uno dei miei regali.
Gli amici non ci credono quando dicono che questa sera vengo a sentirti, sorridono accondiscendenti e, quando racconto di quante volte t’ho visto sul palco, mi prendono in giro. Alcuni hanno trovato un video di quando ti ho intervistato per Mtv o una mia vecchia foto con te. A qualcuno ho fatto vedere il video in cui ci sono anch’io o quello di un concerto in Arena: «vedete, io ero lì!». Mi assecondano, ma si stufano in fretta dei miei racconti. Solo alcuni resistono fino alla fine, quando arrivo a parlare del tour del duemila, del mitico lasciapassare con la mia faccia stampata sopra che permetteva di andare ovunque volessi, sottopalco, camerini, parterre. Racconto degli innumerevoli concerti di quell’estate di Mantova, di Livorno, dell’indimenticabile Arezzo Wave e poi di Roma, Modena, Brescia, Monza e Padova. Del fatto che capitava c’incontrassimo in autogrill, io e i miei genitori, tu e lo staff e che ci si salutasse, sempre con un po’ di imbarazzo.
Solo pochissimi capiscono quando racconto del momento in cui ho realizzato che non avrei mai potuto esserti più vicina di così e che a un uomo di venticinque anni più grande, a sedici, non sapevo proprio che dire. Me ne sono resa conto in questo stadio, parecchi metri più giù, seduta nello spazio tra la prima fila,tenuta a bada dalle transenne, e il palco. Faceva caldo come sta sera. Ho visto che in futuro sarei stata diversa e che tutto questo non mi sarebbe più appartenuto. La felicità che si produceva nel vederti o nel sentirti, semplicemente, era venuta meno. C’ho messo del tempo per scoprire che mi ero disamorata di te.
T’ho voluto bene per due anni. Anni di confine e densissimi, anni delle prime cose, dei primi baci e dei primi esperimenti. Non so che m’avesse preso la prima volta in assoluto che t’ho visto in tv portavi i capelli lunghissimi proprio come un indiano, come diceva sempre la Nanda, e poi abbiamo finito per crederci tutti che eri un indiano, anche per colpa di un video che girava allora tutto virato al giallo, con solo i tuoi denti bianchissimi.
T’ho voluto bene ma poi è successo che ho smesso. Ho avuto parecchie altre felicità, ma poche cristalline come quella. A tratti mi manca e vorrei ci trovassimo di nuovo da te alle sei e mezza a chiacchierare, tu coi tuoi capelli corti ed io coi miei che sono sempre, più o meno, gli stessi

 

Bruttacopia.
Succede che un giorno a pranzo piombano all’ingresso dell’hotel che non è proprio l’ingresso, è il bar, l’ingresso è al piano di sopra, questi due alti e belli, che sembrano proprio aver sbagliato posto. Saranno sui trentacinque, trentacinque nelle rughe e nei capelli grigioneri. Si vede anche di lontano che son della razza dei maschi trionfatori, lo si vede per come camminano, con il passo da conquistatore e il loro incedere sprezzante che dice bellefighe rottincuili siamo qua noi, le nostre camicie sbottonate, i nostri anelli, le nostre mani grandi, siam qua noi, niente paura, ce n’è per tutti.

Originale.
Succede che un pomeriggio di questi, verso sera, capita al bar dello Sporting dove tutti siamo rintatati un gran figone, alto e bello, tutto biondazzurro e colorato che si siede e ordina un drinkaccio. Avrà si e no i nostri ventidue anni e si vede anche di lontano che è un figlio della buona razza dei maschi trionfatori, lo si vede per come cammina, con il passo da conquistatore e il suo incedere sprezzante che dice bellefighe rottincuili son qua io, niente paura ce n’è per tutti.

Persona rettangolare.
Spalle larghe, collo taurino assediato da una collana rossa. Gambe tozze lasciate scoperte da una gonna troppo corta. Petto imponente, doppiopetto a coprirlo. Bottoni blu e rossi, stile marinaresco. Cintura alta in vita con fiocco rosso a cingere la vita possente. Doveva essere una contadina lombarda, fino a poche generazioni fa. Scrive con ferocia, incide solchi, non parole, a penna verde e finisce alla svelta i fogli forniti dall’organizzazione per prendere appunti. Le passo uno dei miei, intonsi.