Archivio degli articoli con tag: amor fou

-ciao
-me l’hai portato un regalo?
-tieni
-il mio batterista farebbe di tutto per una spillina con jack nicholson
-….
-di che cos’è?
-di una manifestazione che fanno qua in città
-sicura che non me la chiedi indietro?
-prenditi il rischio

-tu sembri una che fa a botte.fai a botte?
-no non ancora.

-ti piace questa medaglia?
-anche no
-vedi tu sei casual
-suona come un insulto
-un po’

Tu che dici spesso che ti piacciono le persone accoglienti, quelli che ti invitano a pranzo. T’invitassi domenica diresti che hai da fare. Oltre le tue spalle, che mi dai per tre quarti, intercetto un gesto volgare del batterista a dire “ammazza quanto cucchi” Mi sento un’idiota.Conto fino ad otto. Vado via.Il concerto era bellissimo.

Non so il resto del mondo ma io mi son sempre immaginata cosa succederebbe se avessi la possibilità di farmi una chiacchiera con gli scrittori che leggo, coi  registi che vedo, i musicisti che ascolto. Quelle volte in cui mi capita di incontrarli a presentazioni, post concerti, reading il contesto scoraggia sempre. C’è sempre qualcuno di più convinto o più amico che riesce a catalizzare l’attenzione e allora mi sento stupida e mollo la presa. Tempo fa non ero così, la faccia come il culo, sapevo impormi all’attenzione con uscite bislacche o, in certi contesti, con un uso corretto del congiuntivo. Per dire ad un certo punto mi successe di venir selezionata tra migliaia e migliaia di persone che ascoltavano un certo cantante per fargli un’intervista sulla maggiore rete musicale giovanile. E lui stesso si stupì della naturalezza con cui dialogammo seduti ad un tavolino, io non ancora maggiorenne, lui che dava risposte fiume per paura della domanda successiva che non era stata in alcun modo preparata. Con quel musicista lì, che sarebbe quello che si contende con  un modenese di zocca il primo posto nell’immaginario nazionale, non ho mai avuto modo di fare una chiacchiera vera e propria, lunga come la sognavo. E’ passato del tempo, ho cambiato interessi ma non scordo la me sedicenne che si aggirava smarrita in un casolare di campagna della bassa reggiana sognando solo di avere dieci anni di più perché a quei quarantenni, mentre i miei genitori aspettavano fuori in macchina, non sapevo proprio che dire.
Così quando sta mattina ho avvistato in stazione un taglio di capelli che m’era familiare che poi s’è rapidamente trasformato nella faccia del cantante di uno dei gruppi che ho più ascoltato negli ultimi due anni m’è proprio venuto naturale avvicinarmi. Teneva in mano la custodia rigida della chitarra, doveva pesare un po’. L’ho salutato con un grande sorriso. Non è stato ricambiato. Ricordavo vagamente che aveva suonato in zona la sera precedente e gli ho chiesto del concerto. Tutto bene. Gli ho chiesto se stesse tornando a Milano. Sì. Ah bene. Io torno a Torino. Non ha risposto. Ho iniziato a sentire che gli stavo dando fastidio. Così quand’è arrivato il treno che era ovvio entrambi avremmo preso dato che stavamo aspettando sullo stesso binario ho salutato e sono andata verso la mia carrozza, senza guardare quale fosse la sua e sperando di trovarmelo come vicino di posto. Non è successo. Per un po’ ho valutato se fare un giro lungo il treno ma andava troppo veloce e nel tempo in cui ho trovato il coraggio eravamo a Porta Garibaldi. Lo stesso il giorno dopo ha pubblicato sul suo profilo di facebook delle foto che ritraggono le gambe magre di alcune modelle che hanno posato per il video del loro nuovo pezzo, tra poco in uscita e ha raccolto commenti entusiastici. E allora mi sono detta che non mi sono persa poi granchè, l’altra mattina in treno.

Devo riconscerlo: non ci so più fare con le chiacchiere del post concerto. Rimango impalata mentre  artisti, amici di artisti e gente capitata lì per caso ciarlano speditamente dei fatti loro. Ripenso con una certa nostalgia  a quella sedicenne che -la faccia come il culo- si aggirava senza paura nel backstage di show più imponenti e discutibili del piccolo gazebo che ha ospitato Casador.

Nel parco del Carroponte tira un vento che se ne frega del calendario secondo cui ci troviamo in pieno agosto. Per quella strana dinamica dei flussi di persone per cui quando c’è tanta gente tutti si accalcano sottopalco, mentre quando non c’è nessuno ci si prendono i propri spazi, tra musicisti e spettatori ci sono cinque metri di vuoto.

Dopo qualche pezzo in inglese Raina decide che ha voglia di suonare i nuovi pezzi del disco di Paolo Perego. Lo sparuto pubblico del martedì sera ringrazia. Sentite di seguito l’una all’altra, le canzoni del disco nuovo di Paolo Perego si assomigliano parecchio, ma credo sia perché sono ben lontane dalla forma definitiva. I testi paiono meno abbozzati della musica, l’attenzione è sempre rivolta all’analisi del mondo contemporaneo, anche se è evidente un’aspirazione ad essere più lievi e pop. Sforzo che capisco, ma al primo ascolto, in questa forma quasi da sala prove (evviva davvero le situazioni informali!) non mi convince del tutto, in particolare quando il bisogno di Raccontare La Società Contemporanea si fa troppo esplicito (un riferimento a Gheddafi, qualcosa sui social network). Parte un campione tamarrissimo e scoppiamo a ridere. Il divertimento: la metà degli Amor Fou presente sta sera mi pare abbia una gran voglia di divertirsi, di lasciare respirare un poco di più la parte meno seriosa che spesso è quella più evidente.  L’ultimo pezzo del nuovo disco che suonano sta sera parla di un lui che sull’aereo amsterdam-linate rimane folgorato dalla vista di una lei che poi ritrova ad una festa e poi a cena. Ma non finisce in ballatona romantica, proprio per niente.

La serata si chiude con una cover di Battiato.

Summer on a Solitary Beach deve piacere molto sia a me che a Raina che a Vasco Brondi.

Cara Carissima Bologna, che ti succede?
Al botaniQue che sono i Giardini di via Filippo Re, da un paio d”anni dati in gestione all’Estragon per un meritorio programma di concerti estivi, suonano gli Amor Fou. Dire che mi trovo a Bologna in questi giorni per vedere il loro concerto è forse eccessivo, dire che sono qua anche per loro corrisponde al vero. Sulla pagina facebook dell’evento avvisano che si inizia alle 21.30, puntuali!
Tratteniamo una pernacchia, 21.30 d’estate a Bologna, figuriamoci. E invece si, qualcosa dev’essere successo in questi mesi  d’assenza perché alle 21.45 lungo via Irnerio risuonano le note di De Pedis. C’affrettiamo, via Irnerio non è mai stata così lunga, sembra quasi di stare  a Torino dove le strade non finiscono mai.


Gran parte del pubblico, che aumenterà nel corso della serata -non dobbiamo essere gli unici ad aver calcolato male i tempi- siede comodo sull’erba, altri defilati guardano da lontano. Sudiamo tutti tantissimo mentre scacciamo grandi zanzare di pianura, ma è l’unico fastidio. Subito dopo De Pedis attaccano con Filemone e Bauci, la cui  strofa iniziale «la nostra grande tradizione Repubblicana non mi ha insegnato ancora quando si possa perdonare» è per me sintesi incredibilmente precisa  dell’incapacità nazionale di fare i conti con il  passato.
Dall’ultima volta che ho visto gli Amor Fou in formazione completa sono trascorsi alcuni mesi, era un autunno piovosissimo in un piccolo circolo di Brescia che ora non esiste più.Lo spazio aveva l’intimità della cameretta in cui per mirarcolo si manifesta il tuo gruppo preferito.  Qui no: siamo in tanti a conoscere le canzoni a memoria e a canticchiarle (nel mio caso) o a dare libero sfogo alla propria ugola repressa (la ragazza in fianco a me). Ed bello vedere che un disco che uno ama, com’è stato nel mio caso per I Moralisti, ha nel corso di un anno e mezzo di vita, circolato e preso respiro. Come i musicisti sul palco ormai rodatissimi e insolitamente ciarlieri. Il concerto scorre senza intoppi, c’è tempo per una dedica ad un neosposo molto particolare (B.R.U.N.E.T.T.A)  e anche per un piccolo assaggio di pezzi nuovi (Il Ticinese, ispirata ad uno storico personaggio del quartiere milanese di Baggio, un tema strumentale, un altro pezzo che parla di peccato originale) che fanno venir voglia di ascoltare presto il prossimo album.

Dopo la cavalcata di Dolmen (sempre più ricca e coinvolgente) e una manciata di altri brani, gli Amor Fou salutano. Io li avrei ascoltati ancora un bel po’, ma immagino che per motivi di gestione e di sudore sia stato meglio così.

Ci spostiamo poco più all’Ortica. Scopro che ho iniziato a dimenticare alcune cose di questa città, oltre al caldo intendo, ad esempio che una media artigianale e biologica può costare cara: 5 euro. Maledico il chilometro zero, i produttori di birra cruda e la mia scarsa memoria e butto giù che ce n’è proprio bisogno in una sera come questa.Domani infatti ho una sveglia presto, che è  la vera ragione per cui sono qua.
Più tardi mentre torniamo a casa lungo via Mascarella con l’asfalto che erutta il calore della giornata e lo scroscio della saracinesca del modo infoshop penso che ho imparato qualcosa lungo questi otto mesi d’assenza: che i posti quando vai altrove rimangono lì e t’aspettano tutte le volte in cui hai voglia di tornare, basta solo ricordarsi di prestare fede all’orario di inizio  dei concerti.