Ad un certo punto c’era un tizio con cui uscivo che aveva il nome di paperino. Era più grande, aveva la macchina e avrebbe dovuto passare il suo tempo all’università. Per lo più stazionava nel parco fuori dalla mia scuola. Era stato lui a chiedermi il numero. La prima volta che siamo usciti, un pomeriggio di metà settimana, m’aveva detto di portare la birra. Alla Pam avevo scelto la Dhrer sperando che andasse bene nonostante la canzoncina stupida della pubblicità e penso fosse stata proprio quella a farmela scegliere. La cassiera m’aveva rivolto una specie di sguardo di riprovazione. Andava bene, oppure non importava. Quel pomeriggio lì avevo lasciato partire un treno dopo l’altro, dicendomi -stellina- che al mio posto Leopardi o Foscolo avrebbero fatto lo stesso, m’avrebbero capito. Loro sì, mia madre non apprezzò la logica incrollabile del ragionamento. Con questo moroso bello e basso col nome di paperino ci vedevamo il pomeriggio che uscire la sera non era permesso, figuriamoci in settimana poi (un anno dopo, potendo uscire ogniqualvolta volessi, l’avrei fatto molto meno). Una sera a questo moroso un po’ tossico che mi aveva raccontato che era andato a sbattere contro il guard rail perché era troppo ubriaco, scrissii che stavo guardando sanremo e che mi annoiavo.
Tardi, molto più tardi il telefono s’illuminò. Mi dispiace se t’annoi noi stiamo bevendo l’assenzio.
Come era facile immaginare non durò molto.
Si mise poi con una tipo me, ma più magra e più alta, e già io lo superavo di mezza testa. Mi dissero che era perché lei gliel’aveva data. Restarono insieme diversi anni, non credo solo per quello. Poi lui aprì un baretto in centro, ci sono andata una volta sola sentire suonare un mio amico. Abbiamo fatto finta di non riconoscerci.
L’assenzio lo provai l’estate successiva a Barcellona. Non era poi sta gran cosa.

-Allora sei passata a chiedere per il contratto?
-Sì
-C’era Damiana?
-Sì
-Cosa le hai detto?
-Che dato che lei mi aveva detto di ripassare a febbraio, oggi era certamente febbraio e quindi ero lì per quello-
-E lei?
-Ha detto: “mi piace il tuo maglione. E’ nuovo?”
-E tu?
-Grazie Damiana. Che le dovevo dire?
-No hai fatto bene. La chiamo, stai tranquilla
-Si meglio.

nb: capita che ad ottobre promettano un contratto, poi dicono no, novembre, poi dicembre si sa natale non si può fare niente e quindi gennaio ma gennaio passa alla svelta. Febbraio speriamo che febbraio porti bene. O che qualcuno non pensi che siccome ho un maglione nuovo di quei soldi non mi servono.

Come l’inverno scorso in cui gelavano i tubi e il vicino aveva raccomandato di tenere sempre aperto il rubinetto così non ghiacciava, ma lui stesso non doveva essere persuaso del consiglio e così m’ero trovata un uomo sul balcone -benedette case di ringhiera- intento a scongelare i tubi con la fiamma ossidrica. Ecco perché l’acqua gela, perché non passa nei muri, ma all’aperto. C’era anche la neve un anno fa e si poteva fare finta che le giornate non si stessero allungando e che di lì a poco sarebbe stata primavera, la stagione in cui le cose ricominciano. Oppure finiscono.

«I personaggi di questo libro hanno la sotterranea sensazione di essere in ritardo, anche su se stessi. Oppure a volte hanno la sensazione di essere stati in anticipo o di essere stati in ritardo, nel senso che avevano intuito ciò che stava loro succedendo: tradimenti fatti o subiti, errori o incomprensioni, solo che se ne sono accorti in ritardo. Nel senso che sul momento intuivano ma non capivano; hanno capito dopo. Insomma, sono tutte vite fuori orario». (A.Tabucchi, Si sta facendo sempre più tardi, pp.86-87)

Avremmo dovuto essere più furbi, più rapidi, più affamati; meno beneducati, più disposti a sgomitare, a farci spazio a fare male. Invece siamo stati carini e inoffensivi, abbiamo pensato che le nostre idee si sarebbero realizzate perché erano giuste, perché erano buone. Non eravamo pronti a mangiarci gli uni con gli altri, abituati alle merendine morbide. L’unico dolore che ricordiamo è quello di quando ci hanno messo l’apparecchio per i denti.
Siamo qui ora disorientati e pingui anche se alcuni di noi hanno gambe magre, l’età giusta non è quella segnata sui documenti. Siamo infinitamente più piccoli, dieci quindici anni di cucine e di piatti sporchi. Abbiamo fatto le nostre esperienze interessanti, non ci siamo fatti mancare niente tranne la cattiveria. Andava bene così per i nostri genitori, figli dei baby boomers e di magnifiche sorti progressive. Noi nel nido abbiamo aspettato becco aperto che ci nutrissero e ancora ci nutrono passeri sempre più vecchi e stentati.
Alcuni hanno saputo muoversi alla svelta, hanno deciso quello che potevano essere e lo sono diventati. Loro, non io.

La prima volta che l’ho visto ho pensato che era parecchio più basso di come me l’ero figurata. O forse quello l’ho pensato la seconda volta, la prima ero troppo impegnata a credere era lì e che se gli avessi parlato m’avrebbe risposto.
Era un pomeriggio d’autunno appena iniziato, la macchina dei miei genitori parcheggiata sotto gli alberi alti del viale, nel bagagliaio lo zaino con i libri di greco e latino, materie nuove della quarta ginnasio.
Quattordici anni, a mezzogiorno sono fuori da scuola e a mezzogiorno partiamo. Due ore e mezza e siamo attivati.
Scopo: imbustare fanzine, tantissime fanzine appena uscite dalla tipografia. Intanto i miei consumano le scarpe sotto i portici del centro, avanti e indietro. Forse è questa la volta che ti incontrano in libreria, ma i cellulari non ci sono ancora e quindi lo scoprirò solo la sera quando i grandi si organizzano per la cena, mentre noi torniamo verso casa. Forse invece è un’altra la volta in cui avete accennato un saluto, una delle tante che seguiranno a questa prima spedizione. Ed è bellissimo il paese alle sei e mezza, tutto un tramonto di campi piatti e cascine, tramonto che chissà se ho visto davvero o se lo prelevo tutto intero da un racconto di Tondelli-Autobahn- e via infilare l’autobrennero verso nord, verso casa. Ho dita nere di inchiostro, le fanzine appena stampate le macchiano. Nello zaino c’è quella col mio nome, io non sono come gli altri che la ricevono per posta, io la posso portare a casa con me.
L’ultima volta che l’ho visto era piccolissimo, sul palco dello stadio di Padova, un paio di estati fa. Il suo faccione è sullo schermo, io sto in alto sulla tribuna laterale. Mi prudono le gambe,  hanno dentro le code fuori dai palazzetti, gli scatti da centometrista -non ho mai corso così veloce dopo- le primefile e i concerti sotto al palco. Mi alzo, mi agito e salto come una volta, quando mi facevo sentire, quando mi potevi vedere ed ero certa che, da un metro e mezzo più in alto di noi, fossi in grado di  distinguere la mia faccia e alla mia faccia sapessi associare un nome, quello giusto, il mio. Me ne hai dato prova una volta durante un assolo, anno millenovecentonovantotto. Vieni di fronte a me, ti sporgi e fuori dal microfono gridi forte il mio nome. Che è successo davvero lo capisco solo quando vedo le facce di quelli accanto a me.
Quando ho smesso di esserci, sotto il palco, mi sono chiesta se ti sia mai mancato trovare la mia faccia ad aspettarti, se ci sia mai stato un attimo di smarrimento nel constatare che, nel panorama familiare della prima fila – eravamo quasi sempre gli stessi- la mia non c’era più. Chissà se ti sei chiesto che fine avessi fatto o se il naturale avvicendarsi delle migliaia di fan funziona come un onda, che fa risacca e torna indietro e porta via, al largo. Non più le battaglie per un posto davanti, meglio il fondo del parterre, meglio la tribuna, meglio, infine,starti un po’ lontano.
Periodicamente sono tornata, emozionata per le canzoni che saranno per sempre le mie, ma nello stesso tempo un po’ sospettosa e a disagio, nel diluvio di suoni e parole nuove cui non riesco a voler bene, musicisti che non chiamo più per nome.
Anni fa, durante una trasmissione televisiva, mi chiesero di preparare una domanda da farti, poi  successe che scelsero quella di un altro.
T’avrei chiesto quand’è successo e come sei riuscito a sdoganare la parola AMORE e a farla entrare nel tuo lessico.
Ci sono alcune tue interviste che io so a memoria. In una di queste – sei già famoso ma di un successo ancora acerbo con cui non sei venuto a patti e ci soffri e si vede-  dici che non sei di quelli che usano la parola amore nelle canzoni perché preferisci raccontarlo.
Qualche anno dopo al supermercato ascolto una tua canzone con quella parola dentro e mi sembra un piccolo tradimento. Sei sicuramente più felice adesso, solo nel mezzo mi chiedo che cosa è successo.
Adesso le mie gambe non prudono più. Vado prendere una birra calda e pisciosa, cinque euro in lattina e brindo da lontanissimo con tutte le zanzare.
L’altroieri mi sono laureata e questo concerto è uno dei miei regali.
Gli amici non ci credono quando dicono che questa sera vengo a sentirti, sorridono accondiscendenti e, quando racconto di quante volte t’ho visto sul palco, mi prendono in giro. Alcuni hanno trovato un video di quando ti ho intervistato per Mtv o una mia vecchia foto con te. A qualcuno ho fatto vedere il video in cui ci sono anch’io o quello di un concerto in Arena: «vedete, io ero lì!». Mi assecondano, ma si stufano in fretta dei miei racconti. Solo alcuni resistono fino alla fine, quando arrivo a parlare del tour del duemila, del mitico lasciapassare con la mia faccia stampata sopra che permetteva di andare ovunque volessi, sottopalco, camerini, parterre. Racconto degli innumerevoli concerti di quell’estate di Mantova, di Livorno, dell’indimenticabile Arezzo Wave e poi di Roma, Modena, Brescia, Monza e Padova. Del fatto che capitava c’incontrassimo in autogrill, io e i miei genitori, tu e lo staff e che ci si salutasse, sempre con un po’ di imbarazzo.
Solo pochissimi capiscono quando racconto del momento in cui ho realizzato che non avrei mai potuto esserti più vicina di così e che a un uomo di venticinque anni più grande, a sedici, non sapevo proprio che dire. Me ne sono resa conto in questo stadio, parecchi metri più giù, seduta nello spazio tra la prima fila,tenuta a bada dalle transenne, e il palco. Faceva caldo come sta sera. Ho visto che in futuro sarei stata diversa e che tutto questo non mi sarebbe più appartenuto. La felicità che si produceva nel vederti o nel sentirti, semplicemente, era venuta meno. C’ho messo del tempo per scoprire che mi ero disamorata di te.
T’ho voluto bene per due anni. Anni di confine e densissimi, anni delle prime cose, dei primi baci e dei primi esperimenti. Non so che m’avesse preso la prima volta in assoluto che t’ho visto in tv portavi i capelli lunghissimi proprio come un indiano, come diceva sempre la Nanda, e poi abbiamo finito per crederci tutti che eri un indiano, anche per colpa di un video che girava allora tutto virato al giallo, con solo i tuoi denti bianchissimi.
T’ho voluto bene ma poi è successo che ho smesso. Ho avuto parecchie altre felicità, ma poche cristalline come quella. A tratti mi manca e vorrei ci trovassimo di nuovo da te alle sei e mezza a chiacchierare, tu coi tuoi capelli corti ed io coi miei che sono sempre, più o meno, gli stessi

primi libri del duemilatredici, che poi vanno persi.
zerocalcà: armadillo e polpo
cognetti, sofia (si?) veste sempre di nero
sebald, austerliz
peppe fiore, nessuno è indispensabile

film
ernest e celestine. peccato bisio che doppia ma poteva andare peggio, ad esempio fabio volo o dj francesco.

Richard Ginori stava scritto sui piattini e sulle tazzine da caffè che regalavano con i punti del supermercato. E’ stato uno dei primi nomi che ho imparato a decifrare, difficilissimo, con l’H in mezzo e senza consonante finale e pure Ginori che ammicca all’italiano ma ha un suono ostico, foresto. Anche Disney per anni non sono riuscita a leggerlo, per colpa della D arzigogolata del logo che sono riuscita a ricondurre ad una lettera dell’alfabeto quando già ero in grado di leggere delle avventure di Bianca e Bernie nella terra dei canguri in versione cartonata o La Bella Addormentata o Il Libro della Giungla.
Lo stabilimento della Richard Ginori mi si è parato davanti un pomeriggio di febbraio di qualche anno fa mentre vagavo tra i capannoni di Sesto Fiorentino alla ricerca di una sala prove. Insieme a me dall’autobus erano scesi solo i cinesi, cinesi le insegne che mi circondavano, italiani i nomi delle strade ma solo quelli. Richard Ginori, nella pianura larga alle propaggini di firenze,una terra di nessuno pianura bassa che languisce fin verso prato – svetta solo il centro commerciale Il giglio- era come sentirsi a casa. Non potevo essere lontana da nessuna parte se quello era il posto da cui arrivavano le tazzine con frutta e fiori che erano sul tavolo di casa.
Ho chiesto a dei cinesi e mi hanno dato indicazioni efficaci.
Per capirlo meglio, quel posto di capannoni e di piccole industrie, mi ero poi messa a leggere Edoardo Nesi trovandolo roboante e pretenzioso. Oggi sento che la Richard Ginori ha chiuso. A casa le tazzine le avevamo sositutite da tempo.

se ne vanno anche le mamme degli amici nelle mattine di dicembre.
E non c’è niente da fare se non continuare a giocare a tombola col miglior sorriso possibile consapevole di quanto lusso sia potersi lamentare dell’invasione annuale dei parenti, di mia mamma che borbotta in cucina e di mio papà e dei suoi momenti didattici.

Se ne vanno gli studiosi giovani nelle mattine di dicembre. In un link in memoria di riconosci la faccia di uno visto tante volte nei corridoi, lo sguardo acuto i capelli un po’ lunghi, diradati negli anni. Non c’ho mai parlato, ma l’ho incrociato tante volte nelle librerie, alle presentazioni quando incontri sempre un po’ la stessa gente e ti sembra d’essere parte di un gruppo di noti anche se nessuno vi ha mai introdotto. Quindi scopri il suo nome e cognome e che di lui d’ora in poi si parlerà soltanto al passato. Di quell’indistinto auspicio al prima o poi parleremo e ci diremo qualcosa di interessante non rimane nulla. Raccogli i libri, chiudi il computer e vai a fare la spesa.