Archivi per il mese di: luglio, 2013
La ragione c’hai non te lo sto nemmeno a dire.
Quest’anno compio dieci anni di università. Tanti auguri a me.
Sono (siamo) il risultato di una classe media di genitori pieni di premure. Che hanno letto i libri di pedagogia e fatto tutti i corsi di aggiornamento. Che si sono ritrovati classe media anche se erano figli di gente che aveva solo la quinta elementare o ha passato la vita dentro la marzoli e non ha avuto tempo di godere la pensione.
Fai quello che vuoi tesoro, basta che tu sia felice. Ti aiutiamo, ti supportiamo.
Sopportiamo le tue periodiche crisi di scoramento e siamo genuinamente convinti che ogni passo in avanti nel sistema formativo sia un’avanzamento di vita, carriera, possibilità. Per noi è stato così, perché per te non dovrebbe esserlo. Abbiamo iniziato ad essere insegnanti a 20, 21 anni e abbiamo edificato il tempo pieno. C’era da cambiare un modo di fare lezione e in parte l’abbiamo fatto. Andiamo in pensione 35 anni più tardi scampando d’un pelo il rischio d’essere esodati e ti portiamo ancora sulle spalle, figlia.Ti proteggiamo a suon di bonifici mensili.
Talvolta vedo infondo agli occhi di mio padre -che sono azzurri e non marroni come i miei- una crepa da cui affiora il dubbio che tutto questo sostenermi sia stato una fregatura e che il tempo che avevo per rendermi indipendente sia finito. Tuttavia non sono in grado di smetterla di essere generosi, di rovesciare d’un colpo tutte le loro convinzioni, il loro credere nella cultura. Piuttosto ti pago ancora un corso, le tasse per un altr’anno e vedrai che alla fine qualcosa salterà fuori. Vai, vai all’estero a  vedere com’è. Magari lì è meglio.
E’ per questo che ci vediamo poco e che tutte le sere al telefono metto su piccole commedie di vita quotidiana regolata.
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In città sembra di stare dentro una tinozza umida. Ogni poro stilla sudore e tutte le sere nuovi insetti che volano e pungono si affollano in cucina. Il ventilatore vortica pigro, a schiacciare il tasto per aumentare la velocità temo si stacchi dal soffitto.Di sabato gli aerei che atterrano al Marconi volano bassissimi, non so, forse per il traffico fanno una rotta diversa che li porta a sfiorare i tetti delle case. Ogni giorno ho almeno quattro idee diverse e non sopporto quasi nessuno. Me ne rendo conto perché tratto male le persone. Taglio via le conversazioni per stanchezza ed imbarazzo. Questo dall’interno. Dall’esterno sembro solo sgarbata.

L’altro giorno ho fatto esami ad un’ottantina di persone. Due ragazze sono rimaste ad assistere a tutte le interrogazioni segnandosi le domande. Alla fine ho chiesto loro, dato che avevano sentito tutte le domande di sceglierne una, tanto di sicuro l’avrebbero fatto meglio di me, ma non ne sono state in grado. Ventisette e Ventinove. Poi c’era un ragazzo che non sapeva niente e io lo fissavo e intanto guardavo la foto sul badge. E il badge diceva capelli lunghi e ricci, ma il ragazzo che avevo di fronte che comunque non sapeva niente aveva la pelle di chi è passato attraverso un calvario ospedaliero e i capelli stavano ricrescendo appena. E io sentivo queste cose ma in maniera confusa e non cosciente e quando lui di fronte al mio invito a tornare a settembre ha esplicitato la parola malattia io non ho potuto fare altro che appioppargli un diciotto. E lì mi è parsa anche una cosa sensata mentre poi ripensandoci a sera quando mi sono sfilati davanti tutti gli altri e il neorealismo e visconti e francesco rosi e questi studenti non sanno niente ma forse è il libro che non li aiuta più di tanto mi sono pentita d’avergli dato quel voto di merda e avrei dovuto semplicemente lasciare scegliere a lui. Forse. E allora mi sono immaginata il ribollire dei commenti sulla mia persona, sulle domande inadeguate che faccio, sul ruolo di protoassistente che mi sta come una giacca larga e ho pensato che posso sopravviere ma al prossimo esame non farò sedere nessuno in prima fila e chiamerò il garante d’ateneo per farmi dire la policy da tenere nei confronti degli studenti malati-ex malati-che non sanno parlare italiano e sono italiani-che non sono italiani e che non sanno parlare italiano- che sputano-che si mettono  a piangere-che ti guardano con odio-che parlano senza che tu sappia come fermarli.

Sto scrivendo un articolo e faccio fatica. C’è stato un tempo remotissimo in cui scrivere era qualcosa di spontaneo, naturalissimo, non ricercato. Poi s’è inceppato un meccanismo e io testarda continuo a scribacchiare in lingua di saggio, in lingua di prosa facendo solo fatica e non trovando mai un risultato che posso dire soddisfacente. Non mi piace la forma che assumono i miei ragionamenti in forma scritta, se do vita ad un personaggio questo parla una lingua piatta e fa azioni scontatissime. Quelli che dicono che i loro personaggi prendono vita da soli e si limitano a seguirli io li scuoierei scudiscerei scalperei e via con tutta una progressione di torture con la esse.

Mi rendo conto di essere stanca quando non reggo gli status su fb. In particolare quelli che riguardano il lavoro. Io sperabilmente prima o poi ce l’avrò un lavoro e spero di ricordarmi del dolore piccolo che ho provato tutte le volte in cui un conoscente o un amico ha cambiato il suo status lavorativo per rivendicare che sì, lui ce l’aveva fatta e aveva agguantato un impiego. Tutte le volte che questo accade ripercorro a ritroso tutti i bivi che mi hanno portata qua, estate duemilatredici, ventinove anni, il dottorato senza borsa e i miei piagnistei sul precariato, sulle potenzialità  che ho realizzato. E il teatro e la scrittura e l’università e i campi. Zappare zappare zappare. No, persino la vendemmia hanno rifiutato queste mani mie delicate.

Poi suona il telefono e dall’altra parte qualcun altro che ha davvero troppo tempo libero mette insieme delle frasi sconnesse che hanno me al centro. Mi chiede conto di cose che ho detto, fatto, pensato, ipotizzato in passato con una precisione da stenografa. E io cerco di smarcare, alleggerire, fare battute ma le mie parole non hanno peso, hanno peso solo le sue, l’inesausta interrogazione sulla mia persona e io che cerco di spiegare che al centro c’è solo un vuoto di interesse mio nei confronti di lei, non la quiete suprema di chi ha compreso l’esistenza. Aggettivi come sacerdotale e materna non si adattano di certo alla mia persona. E la morale è non accettare i doni eccessivi anche quando ipotizzi che non avrebbero fatto male.