Ad un certo punto c’era un tizio con cui uscivo che aveva il nome di paperino. Era più grande, aveva la macchina e avrebbe dovuto passare il suo tempo all’università. Per lo più stazionava nel parco fuori dalla mia scuola. Era stato lui a chiedermi il numero. La prima volta che siamo usciti, un pomeriggio di metà settimana, m’aveva detto di portare la birra. Alla Pam avevo scelto la Dhrer sperando che andasse bene nonostante la canzoncina stupida della pubblicità e penso fosse stata proprio quella a farmela scegliere. La cassiera m’aveva rivolto una specie di sguardo di riprovazione. Andava bene, oppure non importava. Quel pomeriggio lì avevo lasciato partire un treno dopo l’altro, dicendomi -stellina- che al mio posto Leopardi o Foscolo avrebbero fatto lo stesso, m’avrebbero capito. Loro sì, mia madre non apprezzò la logica incrollabile del ragionamento. Con questo moroso bello e basso col nome di paperino ci vedevamo il pomeriggio che uscire la sera non era permesso, figuriamoci in settimana poi (un anno dopo, potendo uscire ogniqualvolta volessi, l’avrei fatto molto meno). Una sera a questo moroso un po’ tossico che mi aveva raccontato che era andato a sbattere contro il guard rail perché era troppo ubriaco, scrissii che stavo guardando sanremo e che mi annoiavo.
Tardi, molto più tardi il telefono s’illuminò. Mi dispiace se t’annoi noi stiamo bevendo l’assenzio.
Come era facile immaginare non durò molto.
Si mise poi con una tipo me, ma più magra e più alta, e già io lo superavo di mezza testa. Mi dissero che era perché lei gliel’aveva data. Restarono insieme diversi anni, non credo solo per quello. Poi lui aprì un baretto in centro, ci sono andata una volta sola sentire suonare un mio amico. Abbiamo fatto finta di non riconoscerci.
L’assenzio lo provai l’estate successiva a Barcellona. Non era poi sta gran cosa.

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