Richard Ginori stava scritto sui piattini e sulle tazzine da caffè che regalavano con i punti del supermercato. E’ stato uno dei primi nomi che ho imparato a decifrare, difficilissimo, con l’H in mezzo e senza consonante finale e pure Ginori che ammicca all’italiano ma ha un suono ostico, foresto. Anche Disney per anni non sono riuscita a leggerlo, per colpa della D arzigogolata del logo che sono riuscita a ricondurre ad una lettera dell’alfabeto quando già ero in grado di leggere delle avventure di Bianca e Bernie nella terra dei canguri in versione cartonata o La Bella Addormentata o Il Libro della Giungla.
Lo stabilimento della Richard Ginori mi si è parato davanti un pomeriggio di febbraio di qualche anno fa mentre vagavo tra i capannoni di Sesto Fiorentino alla ricerca di una sala prove. Insieme a me dall’autobus erano scesi solo i cinesi, cinesi le insegne che mi circondavano, italiani i nomi delle strade ma solo quelli. Richard Ginori, nella pianura larga alle propaggini di firenze,una terra di nessuno pianura bassa che languisce fin verso prato – svetta solo il centro commerciale Il giglio- era come sentirsi a casa. Non potevo essere lontana da nessuna parte se quello era il posto da cui arrivavano le tazzine con frutta e fiori che erano sul tavolo di casa.
Ho chiesto a dei cinesi e mi hanno dato indicazioni efficaci.
Per capirlo meglio, quel posto di capannoni e di piccole industrie, mi ero poi messa a leggere Edoardo Nesi trovandolo roboante e pretenzioso. Oggi sento che la Richard Ginori ha chiuso. A casa le tazzine le avevamo sositutite da tempo.

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