Non so il resto del mondo ma io mi son sempre immaginata cosa succederebbe se avessi la possibilità di farmi una chiacchiera con gli scrittori che leggo, coi  registi che vedo, i musicisti che ascolto. Quelle volte in cui mi capita di incontrarli a presentazioni, post concerti, reading il contesto scoraggia sempre. C’è sempre qualcuno di più convinto o più amico che riesce a catalizzare l’attenzione e allora mi sento stupida e mollo la presa. Tempo fa non ero così, la faccia come il culo, sapevo impormi all’attenzione con uscite bislacche o, in certi contesti, con un uso corretto del congiuntivo. Per dire ad un certo punto mi successe di venir selezionata tra migliaia e migliaia di persone che ascoltavano un certo cantante per fargli un’intervista sulla maggiore rete musicale giovanile. E lui stesso si stupì della naturalezza con cui dialogammo seduti ad un tavolino, io non ancora maggiorenne, lui che dava risposte fiume per paura della domanda successiva che non era stata in alcun modo preparata. Con quel musicista lì, che sarebbe quello che si contende con  un modenese di zocca il primo posto nell’immaginario nazionale, non ho mai avuto modo di fare una chiacchiera vera e propria, lunga come la sognavo. E’ passato del tempo, ho cambiato interessi ma non scordo la me sedicenne che si aggirava smarrita in un casolare di campagna della bassa reggiana sognando solo di avere dieci anni di più perché a quei quarantenni, mentre i miei genitori aspettavano fuori in macchina, non sapevo proprio che dire.
Così quando sta mattina ho avvistato in stazione un taglio di capelli che m’era familiare che poi s’è rapidamente trasformato nella faccia del cantante di uno dei gruppi che ho più ascoltato negli ultimi due anni m’è proprio venuto naturale avvicinarmi. Teneva in mano la custodia rigida della chitarra, doveva pesare un po’. L’ho salutato con un grande sorriso. Non è stato ricambiato. Ricordavo vagamente che aveva suonato in zona la sera precedente e gli ho chiesto del concerto. Tutto bene. Gli ho chiesto se stesse tornando a Milano. Sì. Ah bene. Io torno a Torino. Non ha risposto. Ho iniziato a sentire che gli stavo dando fastidio. Così quand’è arrivato il treno che era ovvio entrambi avremmo preso dato che stavamo aspettando sullo stesso binario ho salutato e sono andata verso la mia carrozza, senza guardare quale fosse la sua e sperando di trovarmelo come vicino di posto. Non è successo. Per un po’ ho valutato se fare un giro lungo il treno ma andava troppo veloce e nel tempo in cui ho trovato il coraggio eravamo a Porta Garibaldi. Lo stesso il giorno dopo ha pubblicato sul suo profilo di facebook delle foto che ritraggono le gambe magre di alcune modelle che hanno posato per il video del loro nuovo pezzo, tra poco in uscita e ha raccolto commenti entusiastici. E allora mi sono detta che non mi sono persa poi granchè, l’altra mattina in treno.

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