Andassi a Venezia (anzi, tornassi a Venezia) mi piglierei il lusso di andare a Chioggia che immagino sorella bastarda e stracciona della laguna maggiore. Che l’ho vista in un film poco tempo fa e non ci si crede che sia così e allora devo andare ed avere la prova provata, andrei prendendomi lo sfizio di tornare poi a Venezia. Venezia la prima città che mi ha visto innamorata di lei in un febbraio lontanissimo, io a Torcello (credo fosse Torcello) con un cappottone a quadretti lungo fino ai piedi e il collo di pelo verde fosforescente, una frangia a coprire gli occhi seduta su un trono longobardo o giù di lì (avevo otto anni per come l’ho scritto sembra ne avessi venti di più. Gli anni che ho ora il cappotto che non trovo più). Tornerei da Rossella a chiederle se mi rifà la pasta al nero di seppia che gli adulti allora non si capacitavano di come una bambina piena di fisime come me mangiasse una pasta così nera. Andrei a cercare l’osteria dove Giulia ha lavorato un’estate e con il cui proprietario ha fatto naufragio in laguna una sera che le troppe ombre (ombre?) non lasciavano calcolare per bene il peso da portare e allora son finiti tutti giù nell’acqua nera che di notte almeno sembrava un po’ pulita. C’andrei con qualcuno di sbagliato a Venezia e avremmo scarpe con la punta tonda per camminare comodi ed elastici. Dormiremmo in un posto confortevole pieno di tracce di chi lo abita di solito e che spero permetta alle chiacchiere che salgono dai sottoporteghi di invaderlo (e che non sia un’invasione di campo come quella di un critico d’arte a casa della mia amica Camilla colpevole di avere un finestrone troppo invitante sul canale, che se l’è visto arrivare, ormeggiare su una lancia della guardia di finanza quel critico e poi implacabile transitare in salotto, farle complimenti e riguadagnare l’uscita). Probabilmente saremmo felici.

questa cosa qui sopra partecipa allo ZAUBERILLO GIVOWE’ IN GONDOLETA (pipik tibi est)

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