Imbocco le scale della mia vecchia casa sotto lo sguardo senza scampo e perdono della Madonna del Pianerottolo che, dall’alto del suo tondo, scruta chi passa. E’ così dal giorno in cui l’hanno ridipinta, dimenticando di aggiungere il bianco intorno al nero delle pupille. Adolfa siede in bilico su uno sgabello piazzato fuori dalla porta del suo appartamento. La testa poggiata sul petto, dorme respirando a fischi. La veste ricade in ampi panneggi e le maniche non sono abbastanza larghe per contenere le sue enormi braccia. Sul campanello del terzo piano c’è scritto ancora il mio nome. Suono. Nessuna risposta. Cerco nel mazzo la chiave con la faccia di Lisa Simpson, la infilo nella toppa. Sento delle voci, tolgo la chiave e salgo di una mezza rampa, le voci si spengono al secondo piano. Dalla finestra delle scale posso vedere la cucina vuota. Apro la porta d’ingresso, la libreria e il tavolo non ci sono più. Non voglio andare in camera mia, non voglio sapere cosa hanno fatto allo scaffale dipinto di blu, all’armadio coi pomelli rubati all’Ikea, non voglio vedere il mio letto, la mia scrivania, il cassettone con dentro le cose di qualcun altro. Infatti non le vedo perché la stanza in cui sto entrando non è la mia. E’ troppo grande. Al centro c’è una cattedra, di fronte tre file di sedie con della gente accomodata sopra. Mi  fissano come avessi qualcosa che non va, mi accerto di avere indosso i pantaloni. Uno si alza e mi allunga un foglio.

– Ecco l’elenco. – Una serie di nomi, tutti presenti tranne Vera Roveda. Il primo della lista è già seduto di fronte alla cattedra e si morde le labbra. Si volta verso gli amici che fanno ampi gesti, come per dire: – Coraggio! Siamo con te!-  Ho un vuoto allo stomaco, come fossi ad un esame per cui non ho studiato abbastanza. Sorrido. Sorride.  -Allora… – sento il rumore dei corpi che si tendono per non perdere niente di quello che, a questo punto è evidente, sto per chiedergli -… la questione meridionale. –  Dietro riprendono a respirare. Il ragazzo, non sono del tutto certa che sia lo stesso di prima, attacca cantilenando: – Il primo film che la Storia del cinema italiano ricordi è La presa di Roma di Filoteo Alberini, del 1905, sei quadri d’azione dalla breccia di Porta Pia alla resa di Roma. – Mi vien da dormire. No, devo restare sveglia – Più l’apoteosi simbolica del settimo quadro.- Tace.  Gli dico che sarebbe meglio tornasse un’altra volta. Lui fa lo sguardo da gatto di Shrek e sussurra che gli serve per la borsa di studio. Controllo il suo libretto, l’ultimo esame risale a sei mesi fa: -Avrebbe potuto ricordarsene prima. – Non accenna ad alzarsi, così scrivo 18 e firmo. Lascia il posto ad un uomo che ha uno schema in Exel con le ragioni storiche del brigantaggio e pretende di elencarle in ordine alfabetico. Di nuovo dormo, sogno la mia camera la prima volta che ci sono entrata, m’era parso avesse due finestre. Il tizio mi tocca leggermente un gomito. Dico che mi sembra preparato anche se ha qualche lacuna: – Va bene 28? – Sgrana gli occhi, non capisco se per la felicità o per l’indignazione, anche quelli seduti dietro sono attraversati da un brivido. Ora si alzano e vengono qua, mi dicono che sono un’incompetente e io non potrò non ammettere il lungo tortuoso e irregolare percorso che mi legittima, anzi, non mi legittima, a stare da questo lato del tavolo. Forse chiederò scusa. La studentessa cinese non la voglio. Parla di Franco Quadri anzi di Flanco Quadli,  non vorrei ridere ma non riesco a trattenermi e sghignazzo, incrociando gli sguardi di disapprovazione dei suoi colleghi. Le do 26 per scusarmi e mentre firmo m’affiora alle labbra un motivetto: – Cinciuè cinciuè non beve latte ma solo tè.- Cinciuè non da mostra di aver sentito, forse non conosce la canzone. Una ragazza con le unghie decorate inizia a parlare a macchinetta, la interrompo, cosa le ho chiesto non so, ma la sua faccia si incrina, il fondotinta è percorso da crepe, le unghie torturano il palmo della mano e poi l’avambraccio, lasciando lunghe strisciate rosse. Quelli alle sue spalle -sempre più numerosi- si agitano, uno di loro sillaba sottovoce: –  Po-ve-ri na.-  Al suo fianco confermamo: – Che stronza! – Io? Se sono la più buona di tutte: – Va bene, basta. 27. –

Il viso si ricompone:  -Soltanto? –

Lo studente successivo s’abbandona sulla sedia con aria patibolare, ma non faccio in tempo a chiedergli niente perché il rumore di chiavi che girano nella toppa si incarica di ricordarmi che io non dovrei essere lì. Mi alzo. Sono in due, cadetti dell’accademia militare di Modena, con la divisa coi bottoni d’oro, la cintura bianca e lo spadino. Mi prendono uno per i polsi e l’altro per le caviglie e mi portano giù in fretta lungo la scala. S’arrestano solo per un rapido e composto omaggio alla Madonna del Pianerottolo. Fuori dal portone aspetta una carrozza. Seduta a cassetta c’è l’Adolfa. Mi depositano all’interno, si sistemano uno alla mia destra e uno alla mia sinistra. Partiamo.

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