Tenendo fermo il punto che è meglio che un film come Diaz esista e che venga distribuito e che quante più persone lo vedano, non m’ha convinto. Mi pare che il film si esaurisca nella sbandieratissima pretesa di *realismo*, nel voler ricostruire in maniera filologica l’irruzione della polizia alla diaz e poi bolzaneto e si fermi lì. Ed è sicuramente utilissimo per quanti non sapevano, non ricordavano ma per chi la denuncia della ragazza tedesca se l’era letta all’epoca e quelle storie lì le aveva ben presenti mi pare ci sia davvero poco di più di ciò che dice la didascalia finale, cioè i verbali degli interrogatori. Mi sembra anche un film destinato ad invecchiare male, offre poco per comprendere il contesto per chi magari se lo andrà a recuperare tra dieci anni (poi non ho capito perchè i tedeschi capiscono sempre tutto in anticipo e quindi scappano, han dovuto metterci un black blok nero che quindi va in giro senza maglietta – si sono una brutta, orribile persona- ). M’è venuta in mente una recensione di Giacopini ai molti romanzi che tentano di narrare il ventennio berlusconiano: «Tra il proprio lavoro e la comunicazione, il suo linguaggio, tra il proprio lavoro e i media, la “cronaca”, occorre frapporre un cuneo, creando uno scarto. L’arte non deve ‘documentare’ ma inceppare e sovvertire, sabotare. Al ricatto dell’attualità bisognerebbe riuscire a opporre un deliberato rifiuto della contemporaneità (ovvio: dialettico), di questa falsa realtà che oggi ci è imposta. Nessuna torre d’avorio, naturalmente: farsi non-contemporanei vuol dire stare ai propri tempi, senza subirli.» Ecco secondo me in Diaz, ma anche in romanzo di una strage, il cuneo manca.

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