Questo testo l’ho finito sei anni fa. Ventidueanni puà. O era vent’anni puà che diceva Paul Nizan il poeta mediato dall’immortale Andrea Pazienza  e tutti quanti l’avevamo scritto sulla Smemo?
L’ho scritto e ho iniziato a portarla in giro

Bello?

Per niente.
Venti minuti come questi finiscono nelle scuole e nelle riserve indiane. Le riserve indiane sono posti bellissimi, dove si può incontrare gente che parla di compagni e capitale, di avanguardie e proletariato. Gente che era in piazza a Piazza Fontana. E tu li rispetti e per educazione non dici niente, ma hai la forte impressione che da quell’esperienza lì, loro non si siano mai staccati.Poi ci sono le scuole superiori coi loro virtuosi progetti sulla memoria. Legioni di ragazzini deportati dall’aula al teatro o all’aulamagna. Vogliono la mattina libera e relax e trovano sul palco me che  gli propino la bomba, i fascisti, la piazza le vittime. Li capisco che guardano nel vuoto. Li vedo proprio con la coda dell’occhio.

Poi ci sono le commemorazioni.E’ successo che una volta in occasione della ricorrenza del 28 maggio mi hanno invitata sul palco in Piazza Loggia. Un palco non tanto grande, ma comunque un palco. Ci salgo quindi,  col radiomicrofono appiccicato in faccia e il terrore che i capelli ci finiscano sopra.

La voce trema quando attacco. So di dare l’impressione di stare per scappare o per svenire ma supero l’inizio, passo la metà e inizio ad intravedere la fine. Riesco a guardare giù. Riconosco due o tre compagni del liceo cresciuti, il prof di Filosofia e quella di Greco con le figlie ormai più alte di lei. Davanti le mie amiche. In fondo alla piazza i miei genitori. A fianco dei miei il Rosso. Il Rosso è uno di quei tizi che io so riconoscere da quando ho 14 anni ma lui non ha mai saputo chi io sia. E’ stato fidanzato della mia compagna di banco quando ancora lo chiamavano il Moro, mai capito perché abbia cambiato nome, membro inossidabile di una coppia ilrossoelafuffi tutt’attaccato, coinquilino di un’altra amica quando tutta l’area alternativa bresciana -me compresa- decise d’andare a studiar rivolta a Bologna. Il Rosso è in piazza per sentire quello che dico. Sorrido.
No.

Il Rosso è in piazza per un’altra ragione. Me ne accorgo mentre attacco la tirata su Brescia quando lo vedo cacciarsi due dita in bocca e iniziare a fischiare.
Il Rosso è in piazza per fischiarmi.
Mio padre, poco distante si gira a guardarlo, e io vedo quello che sta per accadere: mio padre che tira un ceffone al Rosso, il Rosso che reagisce, l’intera area antagonista che prende a cazzotti mio padre e tutti quanti al prontosoccorso dopo, il Giornale di Brescia che titola il giorno dopo “Disordini alla commemorazione”.

Io vedo tutto questo.

Lo vede anche la mia amica Martina che artiglia il Rosso e se lo porta via. Non so se gli abbia chiesto perché avesse deciso di fischiarmi. Non ne abbiamo più parlato.
Nemmeno io parlo più di Piazza Loggia dopo. Mi limito a soffrire quando arrivano le sentenze che dicono, come qualcuno ha scritto su un cartello che poi è stato appeso vicino alla lapide: «In questa piazza non è successo niente». Mi limito a soffrire e scanso con fastidio i libri, i documentari, gli articoli. Passa il tempo. Me ne dimentico. Poi penso che quella del non finito è una condizione necessaria quando si affrontano i temi della memoria o forse è solo una paraculata. E’ che anche l’indignazione e la rabbia si usurano col tempo.

Dal 28 Maggio 1974 sono passati 38 anni, quando l’ho scritto gli anni erano 33. Aldrovandi era morto solo da due e Cucchi, ad esempio, beh Cucchi manco sapevamo chi fosse e sarebbe stato molto meglio continuare a non aver motivo di saperlo.

Non c’era la crisi nel 2006 e della precarietà c’erano tutti i segnali ma non era ancora diventata la condizione fondamentale di qualsiasi transazione lavorativa . Forse l’orizzonte era un po’ più alto e veniva più facile avere voglia di fare e stare a sentire di queste storie.

Questa sera m’ha preso un attacco di vanità, di quelli che ci prendono a tutti di tanto in tanto. Mi sono googolata. Sono uscite le solite cose che sapevo di avere fatto. Ho ritrovato le mie omonime, una ragazzetta molto gnocca della bassa mantovana che si è scelta Sila come soprannome  perché non la confondano con me e quella che ha studiato neogreco all’università di Padova. Tra le loro pagine facebook e la mia è  salta fuori un commento su un forum di radiotre che dice

Volevo segnalare il bel lavoro teatrale di una giovanissima bresciana,. Io l’ho visto e l’ho trovato molto coraggioso e toccante.

Dalia

Sarebbe bello a questo punto ringraziare Dalia e scrivere che è grazie al suo incoraggiamento ho ripreso a scrivere ed ho finito la storia, ma invece no, non è ancora successo.

I.

Brescia.
28 maggio 1974
Strage
Piazza Loggia.
La prima immagine della strage è il volto di un giovane in bianco e nero chiazzato da macchie di sangue.
Credevo fosse il ragazzo della mia maestra quand’ero alle elementari.
Ferrara. Settembre 2005. Federico Aldrovandi, 18 anni, è uscito di casa.
Ferrara. Settembre 2006. Piazza Castello. In fondo su un piccolo palco, la madre e gli amici.
“La verità invoca il tuo nome” su uno striscione bianco.
I giornali hanno scritto che era morto per droga.
Hanno scritto che è stato un malore.
Ma è stato picchiato
E’ stato picchiato fino alla morte in una strada della periferia di Ferrara.
Ed erano Carabinieri quelli che lo picchiavano
Così il Comitato Verità e Giustizia per Federico chiede che sia aperta un’inchiesta.
Il Comitato Verità e Giustizia per Aldro chiede che siano accertati i veri responsabili.
Non sanno che strada hanno intrapreso: una, due,tre, quattro istruttorie.
Il primo grado, la corte d’assise, l’appello, la cassazione.
Trentotto anni e nessuno è colpevole.
Siamo tra i paesi con il più alto numero di “Associazioni familiari vittime di…”.
Vittime del Cermis;di piazza Fontana, di piazza Loggia, della Questura di Milano, vittime dell’Italicus, del Rapido 904, della stazione di Bologna, vittime di Ustica, di Capaci, di via d’Amelio. Vittime di Marzabotto, di Sant’Anna di Stazzema, delle Fosse Ardeatine.
Pochi hanno avuto la verità giudiziaria.
Qualcuno in più a quella storica.
Ai familiari di Piazza Fontana hanno fatto pagare le spese.
Allora sentire il peso della mancata giustizia e chiedersi se valeva la pena essere in piazza quel giorno.
Loro ci hanno rimesso la vita, noi, i familiari abbiamo avuto le nostre del tutto stravolte.
Allora forse sarebbe meglio archiviare, chiudere tutto, perché la giustizia ha senso quando è immediata, quando ci sono le prove.
A Piazza Loggia ormai sappiamo chi ha trasportato l’ordigno,chi l’ha depositato, ma non abbiamo le prove, quelle le hanno cancellate subito, lavando per bene la piazza perché dicevano che la vista del sangue avrebbe turbato la gente.

 

DUE

Brescia. Settembre 1998. La mia prima manifestazione.

Finisce proprio lì in Piazza Loggia.

Io nemmeno ci arrivo.

A quattordici anni io in manifestazione ci sarei pure andata ma nessuna delle mie amiche ancora voleva venire.

Autunno dopo autunno abbiamo capito che era importante esserci proprio lì alla fine. Quando poi potevamo salire sul furgone del sound system e decidere quale musica mettere, allora la nostra ascesa sociale era terminata e potevamo prendere a ciondolare con aria da giovane rivoluzionaria a riposo insieme ad altri giovani rivoluzionari come noi.

In fondo a Piazza Loggia c’è la fontana sbrecciata, quella a cui manca un pezzo. Sembra sia stato fatto apposta per bere meglio, ma poi ci passi le dita e ti accorgi che non è regolare, non è fatto apposta.

Quella fontana è un bel monumento, non è recintata la gente può continuare ad usarla e a toccarla. Non tutti saranno consapevoli che si tratta proprio di quella fontana accanto al cestino della bomba però la stele coi nomi dei caduti è proprio lì di fianco,basta alzare gli occhi.

Piazza Loggia  21 luglio del 2001: sono andata a portare dei fiori. Non ero l’unica con la mia brava piantina. Quando sono tornata, alcuni giorni dopo, li avevano rimossi. Ho perfino pianto un po’

Piazza Loggia il racconto dei miei genitori che «no, non eravamo in piazza», «si eravamo ai funerali», «no non ci conoscevamo ancora».

«Tua zia era in piazza, ma dall’altro lato».

Mia mamma abitava in centro, in Corso Garibaldi. Il giorno dei funerali racconta di un mare di gente, di un fiume di fiori.

Mio papà arrivò col treno dal paese. Entrambi concordi nel dire che allora è stato il momento in cui hanno deciso da che parte stare.

E io, che a tredici anni ho già scelto non capisco e mi chiedo cos’abbiano fatto fino ad allora. Non lo so, non gliel’ho più chiesto. Nemmeno adesso che ho più anni di loro nel ’74.

TRE

Ho sempre saputo che la bomba  a piazza Loggia l’hanno messa i fascisti, ma non è così lineare, di qui i fascisti, i cattivi,i servizi deviati.

Di là lo Stato che regge, le vittime, i buoni.

I buoni sono le vittime.

La bomba ha colpito quelli che erano in piazza ad una manifestazione antifascista. Quindi la bomba è fascista. Nessun dubbio che lo sia. Tranne per le prime indagini quando qualcuno ipotizza perfino il gesto isolato di un folle. Il solito anarchico che la mattina si alza e non sapendo che fare, va a mettere una bomba.

Di solito però dove stavano quegli otto, vicino alla fontana,infondo alla piazza durante le manifestazioni ci stavano i carabinieri. Ma quel giorno, siccome piove e molta gente si ripara sotto i portici, vengono spostati nel cortile della prefettura. Chi ha pensato alla bomba forse voleva colpire loro.

Pasolini alla fine del 1974 ha scritto:

Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.

Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e Bologna dei primi mesi del 1974.(…)

Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi opposte fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969)  e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).

La bomba a piazza Loggia l’hanno messa i fascisti. Pasolini dice che la bomba di piazza Loggia è antifascista.

QUATTRO

Io voglio sapere chi è stato. Lo cerco sui libri, lo cerco in internet, pochi i libri, due.

Se invece scrivo “piazza loggia strage” su google saltano fuori 241.000 pagine e ho l’impressione che non le leggerò.

Così meglio il libro

Allora apro il libro e  lo sfoglio. Salto le pagine,vado avanti e indietro.

Vedo dei nomi che si rincorrono, dei nomi che tornano.

Scopro quasi subito che questi qua, che all’inizio sono i mostri colpevoli, la cassazione dirà che sono innocenti.

Stop tornare al punto di partenza.

Oppure perdersi nelle maglie della prima istruttoria.

Scelgo di immergermi, di provare a capire.

Leggo che la manifestazione del 28 maggio era stata indetta come reazione all’escalation di violenza fascista che aveva interessato la città nei mesi precedenti.

Brescia, Piazza del mercato, alcuni giorni prima della strage.

E’ notte si sente un botto, è un giovane che salta per aria sulla sua vespa. Si chiama Silvio Ferrari, è un neofascista e sembra trasportasse una bomba.

Procura di Brescia alcuni giorni dopo la strage. Gli inquirenti stanno interrogando un uomo, si chiama Luigi Papa: è un ladro di opere d’arte, è accusato di aver rubato un quadro di Romanino. Luigi Papa però invece di parlare del quadro, parla di Piazza Loggia  anzi prima denuncia un uomo,Ermanno Buzzi  e lo accusa di aver violentato uno dei suoi figli, Angelino Papa, poi dice che è stato Ermanno Buzzi a mettere la bomba in Piazza Loggia.

Ermanno Buzzi. Mai sentito.

Io sapevo che era Delfo Zorzi il cattivo di questa storia.

Quello che se ne sta in Giappone, che ha cambiato nome, -che si chiama qualcosa come Roy Aghen cioè croce uncinata, che non può essere estradato perché il Giappone non concede  l’estradizione ai suoi cittadini.

Buzzi è una mezza sega, confidente della questura e ladro e recuperatore a pagamento di opere d’arte. E’ uno che s’è comprato il titolo nobiliare “conte di Blanchery” e che ha messo sotto contratto una prostituta. Poi con il documento, regolarmente firmato, si è presentato in questura con l’intenzione d denunciare il precedente sfruttatore, finendo denunciato lui stesso. I suoi amici sono un gruppo di delinquenti comuni. Non sembra il profilo un fascista. Per alcuni lo è. Per altri no. Pino Rauti riassume:”Buzzi non può essere fascista in quanto omosessuale e il nostro è l’unico partito veramente anti-omosessuale”.

Il fatto che sia fascista o meno è importante. Perchè altrimenti proprio non si spiega perché avrebbe dovuto mettere una bomba. Oppure: Buzzi non è fascista ma ha degli amici fascisti:giovani, neofascisti, bresciabene, figli di un dopoguerra ancora nostalgico dei fasti della repubblica di Salò.

Per la prima istruttoria Buzzi è a capo di un gruppetto di giovani neofascisti e insieme hanno messo la bomba.

Perché?

Per fare uno “scherzetto ai rossi”, per punire l’atteggiamento, poco rispettoso,  tenuto dai rossi, dai comunisti, quand’era morto Silvio Ferrari, quello della vespa in piazza del mercato che, anche lui era della compagnia.

L’ipotesi piace, moltissimo.

Tutto molto rassicurante, molto bresciano.

Vendetta dei neri sui rossi, gli opposti estremismi

L’ipotesi piace, ma all’inizio c’è qualche problema: gli imputati non confermano, insistono col dire che loro non ne sanno niente. Allora  via, un po’ di carcere preventivo per vedere se per caso cambiano idea.

La confessione importante,quella di Angelino Papa, 19 anni nel ‘75, avviene nel marzo dello stesso anno. Quando Angelino Papa, anima candida e pentita, confessa, tra le braccia del Generale Delfino «Buzzi ha preparato la bomba,  io e altri l’abbiamo depositata».

Poi ritratta, conferma, ritratta di nuovo, si fa qualche altro mese in isolamento e riprende a confessare. Modificando innumerevoli volte la sua versione, dettagli insignificanti del tipo quanti erano a conoscenza della strage, in quanti hanno preparato la bomba, in quanti l’hanno depositata.

A lui si accoda, Ugo Bonati, l’uomo informato dei fatti, Ugo Bonati, il testimone Ugo Bonati, il super testimone, Ugo Bonati che, sostanzialmente, inventa. Se ne accorgono gli inquirenti? No, si fanno sportivamente pigliare per il culo. Ci sarà bisogno di un’altra inchiesta l’istruttoria Bonati per far saltare fuori il mare di balle che costui ha sparato.

Com’è andata la mattina della strage secondo i supertesti: si sono svegliati la mattina presto e sono andati a casa di Buzzi che ha la bomba. Là ci sono un numero variabile di persone a seconda delle versioni. Si dividono nelle macchine e partono alla volta di piazza Loggia. Devono fare presto, devono arrivare prima che il servizio d’ordine della CGIL inizi a presidiare la piazza. Tirano dritti agli stop, tirano dritti ai semafori ma, all’improvviso, si fermano. Si sono dimenticati una cosa importante. Non hanno avuto tempo di fare al colazione. Ci vuole un buon caffè. Allora innestano la marcia ultralenta e vanno al bar “Ai miracoli” il loro ritrovo abituale. Caffè, cicchetto, brindisi , pacche sulle spalle e discorsi ad alta  voce di incoraggiamento. Poi si dividono: alcuni vanno in piazza, altri vanno per i fatti loro tipo Angelino che aveva un impegno, doveva andare dal parrucchiere.

Il proprietario del bar, sentito in merito, nega che la mattina del 28 nel suo bar sia successo qualcosa di simile. Non può negare il signor Benito Fascio Littorio di avere simpatie fasciste ma la riunione no, non c’è stata. Si fa un po’ di carcere preventivo anche a lui. E intanto il bar va in rovina,almeno a quanto dice il mio libro. Non sono andata a vedere se il bar c’è ancora. Né a chiedere il nome al proprietario.

La prima istruttoria si conclude con il rinvio a giudizio di circa 30 persone tra cui Ermanno Buzzi imputato per strage e per l’omicidio di Silvio Ferrari. Quello della Vespa. Si perché nel frattempo è saltato fuori che sono stati gli “amici” a far esplodere in anticipo la bomba che trasportava sulla Vespa.

Il giudizio di primo grado condanna Buzzi all’ergastolo e a 10 anni e sei mesi Angelino Papa.

Poi c’è la seconda istruttoria che attesta le balle dette da Bonati. E il giudizio di secondo grado che assolve Buzzi. Lui non se ne può rallegrare  perché nel frattempo è morto,anzi l’hanno ucciso due neofascisti, Tuti e Concutelli,

«L’abbiamo ucciso perché era un noto pederasta e un infame» dicono i due

Infame nel linguaggio del carcere vuol dire che poi ti uccidono. Nel caso di Buzzi prendono un laccio delle scarpe te lo stringono intorno al collo fino a quando non respiri più. E poi ti cacciano due dita negli occhi per completare l’opera. Il tutto sotto lo sguardo vigile e attento delle guardie carcerarie.

CINQUE

Chiudo gli occhi, chiudo il libro e mi vengono incontro: Gladio, P2, i servizi deviati, generali, politici, matti, proprietari di bar, ragazzine infatuate del bel camerata, un giudice con figlio fascista che è stato imputato per strage che adesso è capogruppo in comune, comune, sindacalisti. Mia zia. I bambini con la maestra che attraversano la piazza bagnata quel giorno di maggio.I bambini che adesso avranno la barba e le rughe. Sul balcone della Loggia, in alto armadi chiusi di metallo grigio. Qualcuno sale li butta da basso, saltano le ante ne escono polvere e carte e un foglietto scritto a mano “io so i nomi dei colpevoli, io so ma non ho le prove” datato dicembre ’74. Dall’altro lato della piazza, vicino al cestino si rincorrono fascisti bresciani diciottenni  o poco più, ladri di opere d’arte, ordinovisti veneti, avanguardisti milanesi, missini rautiani.Un avvocato che una volta era rosso che più rosso non si può ma che poi ha venduto l’anima al diavolo. E poi Zio Otto, Carlo Digilio, Maurizio Tramonte, la fonte Tritone. Il volto di ognuno di distingue per un attimo in primo piano, poi va fuori fuoco e si confonde con la folla in bianco e nero.

Allora decido di uscire, taglio in diagonale la  piazza. Sono su un treno, l’imbocco di una galleria, pum e salto per aria. Atterro sul ramo di  un albero intorno colline, sotto di me le tende di alcuni campeggiatori.

«Venite pure avanti siamo campeggiatori» dice ai Carabinieri uno di loro, ma poi che fa? Spara, sparano anche i Carabinieri, due rimangono a terra, il terzo si avvicina punta la pistola alla testa del campeggiatore e spara. Poi gli frugano in tasca, ne escono moschetti, pistole, baionette, 560 detonatori (alla faccia dei radioamatori) un fucile mauser  con mille pallottole, 40 chili di esplosivo da mine 300 metri di miccia e  una fototessera. Il volto a due dimensioni sulla testa di un ragazzo a tre dimensioni che parla con un prete di Brescia dentro una chiesa di Brescia, la mattina del 28 maggio.

SEI

E poi basta Brescia. Io a Brescia non sono affezionata, non voglio bene.

Brescia ha fatto il restyling negli ultimi anni.

Brescia tra Milano e il Lago di Garda  è comoda

Brescia una comoda città senza troppi slanci e io ne sono certa non le voglio bene.

Di Brescia detesto la parlata strascicata e gutturale, detesto le armi prodotte in Val Trompia, la gente che ti conosce da sempre ma non ti saluta. Le quindicenni col giro di perle e le loro madri più in forma di me. Detesto anche quelli del centro sociale che quando non sembri abbastanza a sinistra ti guardano storto e ti dan del diessino.

Brescia è tanto ricca, se fai l’autostrada, mettiamo tra Verona e Bergamo, vedrai una fila di capannoni farciti da centri commerciali. Alcuni anni fa nei paesi della provincia i cinema hanno chiuso tutti per poi riaprire tempo dopo –geneticamente modificati- sotto forma di multisala nelle pance dei centri commerciali. E sono sempre pieni di gente.

Ci vado, mi sembra di camminare fuori sincrono, montaggio sfasato di una musica che io non sento ma che tutti gli altri si, e si muovono belli perfetti. Così al cinema del centro commerciale il sabato sera ci vado con mamma e papà, che si veda bello chiaro che non c’entriamo niente (anche se anch’io sarei nata lì) coi bidoni di pop corn extra large e le tipe in tacchi a spillo sul linoleum della sala giochi.

A Brescia e nella provincia tutti della Lega. Quando Bossi ha avuto l’ictus quelli della sezione del paese hanno preso un manichino, l’hanno vestito di bianco e di verde, gli hanno attaccato un cartello al collo con su scritto “Forza Umberto!”,gli hanno disegnato i capelli con il pennarello indelebile e l’hanno esposto nella vetrina della sezione del paese.

Alcuni giorni dopo il manichino è caduto ha preso una posta scomposta.

Mi ha fatto venire in mente i corpi disarticolati coperti a stento dagli striscioni rossi del sindacato che i lenzuoli dall’ospedale ancora non erano arrivati. Mi ha fatto venire in mente i corpi delle vittime di quella che adesso si chiama guerra civile a bassa intensità combattuta in Italia tra il ‘69 e gli anni  80 quando lo stato, parte di esso ha deciso, di armare  “amici di amici fascisti” affinchè continuassero a sparare, a mettere bombe, a terrorizzare in una futura prospettiva golpista.

Poi però lo Stato, parte di esso, si è reso conto che l’Italia non era la Grecia,che un golpe avrebbe voluto dire guerra civile.Allora doveva liberarsi degli amici degli amici fascisti.

Però quegli altri, quelli che non si sono rammolliti non ci stanno, non ci stanno e decidono di mostrare i muscoli, decidono di mostrare i muscoli con un’azione dimostrativa in Alta Italia, con una bomba durante una manifestazione antifascista.

Io i loro nomi di quelli che restano a terra  non sono mai riuscita ad impararli tutti. Stanno lì sulla stele accanto alla fontana sbrecciata. Otto tra donne e uomini. 343 anni in tutto. Alcuni di loro di poco più grandi di me.

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