Sul sito della Centrale Elettrica di Fies prevalgono le foto di spazi algidi e bianchi, così quando mi trovo davanti un edificio neogotico rimango sorpesa. Un castello con le guglie. Questa edizione del Festival si chiama Caracatastrofe e si svolge dentro una centrale elettrica:  tutto un omaggio e una citazione di Vasco Brondi che non risulta tra i credits, anzi, durante il viaggio ci siamo chiesti se gli organizzatori l’abbiano informato o meno o per qualche motivo abbiano scelto di non rendere esplicita una parentela che pare lampante. Da vedere questa sera ci sono tre spettacoli: Rivelazione e Tempesta di Anagoor e Teenager Riot di una compagnia che ha un nome troppo difficile anche per il pubblico raffinato di Dro e che  tutti chiamano “i belgi”. Rivelazione è un lato B di Tempesta: in sei meditazioni Anagoor racconta la genesi della riflessione sull’opera pittorica di Giorgione. E’ un’introduzione utilissima allo spettacolo che seguirà, soprattutto per chi come me decodifica con scioltezza le narrazioni più che le apparizioni. Tempesta è una sinfonia visiva purissima. Anagoor ridisegna le opere di Giorgione in uno spazio bianco, due schermi e un cubo. I personaggi dei dipinti si fanno carne davanti agli occhi e senti che niente è fine a se stesso in queste composizioni. E’ un teatro che presuppone un pubblico colto, che possa cogliere tutte le implicazioni di un’operazione come questa. Io mi sento un po’ in soggezione. Vorrei chiedere ai presenti se sono la sola a fare di questi pensieri, ma vedo troppi tagli di capelli ricercati e montature d’occhiali originali che mi respingono. Vado in bagno mi guardo allo specchio e realizzo che più o meno anch’io sono così. Mi taccio e mi infilo nella coda per “i belgi”. I belgi li avevo già visti a VIE-Scena contemporanea festival tre anni fa, uno spettacolo anch’esso dal nome infinito che suonava come Zitti e una volta per tutti vi diremo chi siamo. Non mi avevano convinto del tutto ma è tre anni che ci ripenso per cui val la pena di rivederli. La compagnia è sempre composta da un gruppo di adolescenti (a ben pensarci alcuni mi sembrano più twenty-something che teens ma forse non so più capire quanti anni ha la gente) guidati da due registi adulti. A questo giro li hanno chiusi in un cubo, una stanza di legno dalla quale i performers che sono insieme attori e testimoni della loro condizione adolescente comunicano grazie all’uso di una telecamera. Non che la telecamera sia una novità, proiezioni se ne vedono continuamente, quello che mi piace in questo caso è che in uno spettacolo con degli adolescenti, sugli adolescenti siano riusciti a rendere necessario l’uso del video, che diventa unico canale di comunicazione sull’esterno. Una scrittura scenica che -è chiarissimo- ha integrato la presenza della telecamera fin dall’inizio ed è riuscita a rendere utile la predisposizione dei più giovani (o di noi tutti) ad essere sempre visibili, sempre connessi, sempre in video. Ma lo fa rendendo gli attori-adolescenti responsabili di quello che vediamo. Quello che vediamo a volte convince, altre meno. Brandelli di storie, lezioni sull’arte del ditalino, riflessioni sulla società che tutti a sedici anni abbiamo fatto con lo stesso incrollabile massimalismo. Le azioni sceniche si svolgono secondo una partitura vivace e rigorosa, una sinfonia di baci, sputi, pomodori lanciati in faccia al pubblico che riporta tutti quanti al momento in cui noi eravamo loro, anche se noi non siamo mai stati così magri, belli e spregiudicati.

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