Partiamo da una città umida, in cui si fatica a respirare. C’imbarchiamo su un interregionale che arriva da Ancona esausto e non ho idea di come potrà trascinarsi fino a Torino.

Il viaggio da un estremo all’altro della pianura è  infinito. L’impressione è di non spostarsi mai veramente, di limitarsi a scorrere in orizzontale. La pianura mi piace, di solito. Le colline che intorno ad Asti addolciscono il tramonto mi consolano. Oggi no, voglio solo arrivare alla svelta e poco mi importa di un sorprendente gracidare che a Villafranca Cantarana da finalmente ragione del nome del luogo.

A Torino ci sono almeno dieci gradi in meno, minaccia pioggia o forse ha già piovuto. Non m’importa, mantengo il mio look balneare: gonnellina, sandali e canottiera, al diavolo il meteo. Mi faccio beffa delle Alpi che qua sono, mannaggia a loro, molto più influenti dei placidi appennini che ormai da anni rinunciano ad esercitare qualsivoglia moderazione climatica sulla città che tanto amo.

Sfiancati ma non abbastanza dal viaggio decidiamo di partire alla volta dello Spazio 211, sta sera suona Benvegnù. Io allo Spazio non ci sono mai andata. So che è in culo. In culo sono molti luoghi in questa mia nuova e grandissima città per la quale già più volte mi sono trovata a dover rivedere la mia unità di misura usuale, quella per cui entro mezz’ora arrivi dappertutto. A Torino no. Tuoni e lampi ci fanno compagnia alla fermata del 4. Scendiamo e,a naso, ci dirigiamo verso la zona in cui ipotizziamo si tengano i concerti. Lontano lontano si sente la voce familiare di Benvegnù che attacca con Il pianeta perfetto, primo pezzo dell’ultimo album. Lo seguiamo felici.

Poi silenzio. Forse ci siamo sbagliati. Invece la direzione è quella giusta e dopo aver lasciato un obolo scarsissimo (perdono perdono) alla cassa, corriamo felici verso il palco. Sopra ci sono i Benvegnù: fermi e zitti.Pozzanghere ed erba umida sotto i miei sandaletti inadeguati.

Sul palco i musicisti sembrano piuttosto tesi e lo rimangono anche quando ricominciano a suonare. Benvegnù che di solito ciarla, scherza e cazzeggia (talvolta pure troppo) si limita ad un’esecuzione precisa ma freddina. Qualcun altro dei Paoli sbaglia qualcosa e lo si vede distintamente tirare un bestemmione. Oh, ci sono pure le serate di merda. Sapremo poi che un nubrifragio si è scatenato proprio lì sopra rendendo necessario un qualche miracolo da parte dei tecnici e ritardando l’inizio del concerto (ragion per cui arrivando alle undici passate vediamo lo spettacolo dall’inizio).
Il concerto dura pochino, un’oretta e li costringono a scendere giù per ragioni di disturbo alla pubblica quiete.
Siamo tutti insoddisfatti.
Applaudiamo e aspettiamo. Poco fiduciosi in un bis ma abbastanza in qualche altro numero che i Benvegnù hanno già concesso in passato.
E infatti eccolo che arriva, chitarra a tracolla,imponente e buffo si piazza in mezzo al pubblico che gli lascia davvero poco spazio per respirare e attacca con i bis in acustico. Canzoni veramente intime che, nella migliore tradizione dei Benvegnù, vengono disinnescate da una serie di battutacce e interventi degli altri musicisti.

Quando saluta e se ne va nessuno ha il cuore di richiamarlo fuori. Felici a metà zampettiamo alla ricerca di un mezzo che ci riporti a casa. Le piante dei miei piedi, sopra i sandaletti estivi sono completamente nere.

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