Cara Carissima Bologna, che ti succede?
Al botaniQue che sono i Giardini di via Filippo Re, da un paio d”anni dati in gestione all’Estragon per un meritorio programma di concerti estivi, suonano gli Amor Fou. Dire che mi trovo a Bologna in questi giorni per vedere il loro concerto è forse eccessivo, dire che sono qua anche per loro corrisponde al vero. Sulla pagina facebook dell’evento avvisano che si inizia alle 21.30, puntuali!
Tratteniamo una pernacchia, 21.30 d’estate a Bologna, figuriamoci. E invece si, qualcosa dev’essere successo in questi mesi  d’assenza perché alle 21.45 lungo via Irnerio risuonano le note di De Pedis. C’affrettiamo, via Irnerio non è mai stata così lunga, sembra quasi di stare  a Torino dove le strade non finiscono mai.


Gran parte del pubblico, che aumenterà nel corso della serata -non dobbiamo essere gli unici ad aver calcolato male i tempi- siede comodo sull’erba, altri defilati guardano da lontano. Sudiamo tutti tantissimo mentre scacciamo grandi zanzare di pianura, ma è l’unico fastidio. Subito dopo De Pedis attaccano con Filemone e Bauci, la cui  strofa iniziale «la nostra grande tradizione Repubblicana non mi ha insegnato ancora quando si possa perdonare» è per me sintesi incredibilmente precisa  dell’incapacità nazionale di fare i conti con il  passato.
Dall’ultima volta che ho visto gli Amor Fou in formazione completa sono trascorsi alcuni mesi, era un autunno piovosissimo in un piccolo circolo di Brescia che ora non esiste più.Lo spazio aveva l’intimità della cameretta in cui per mirarcolo si manifesta il tuo gruppo preferito.  Qui no: siamo in tanti a conoscere le canzoni a memoria e a canticchiarle (nel mio caso) o a dare libero sfogo alla propria ugola repressa (la ragazza in fianco a me). Ed bello vedere che un disco che uno ama, com’è stato nel mio caso per I Moralisti, ha nel corso di un anno e mezzo di vita, circolato e preso respiro. Come i musicisti sul palco ormai rodatissimi e insolitamente ciarlieri. Il concerto scorre senza intoppi, c’è tempo per una dedica ad un neosposo molto particolare (B.R.U.N.E.T.T.A)  e anche per un piccolo assaggio di pezzi nuovi (Il Ticinese, ispirata ad uno storico personaggio del quartiere milanese di Baggio, un tema strumentale, un altro pezzo che parla di peccato originale) che fanno venir voglia di ascoltare presto il prossimo album.

Dopo la cavalcata di Dolmen (sempre più ricca e coinvolgente) e una manciata di altri brani, gli Amor Fou salutano. Io li avrei ascoltati ancora un bel po’, ma immagino che per motivi di gestione e di sudore sia stato meglio così.

Ci spostiamo poco più all’Ortica. Scopro che ho iniziato a dimenticare alcune cose di questa città, oltre al caldo intendo, ad esempio che una media artigianale e biologica può costare cara: 5 euro. Maledico il chilometro zero, i produttori di birra cruda e la mia scarsa memoria e butto giù che ce n’è proprio bisogno in una sera come questa.Domani infatti ho una sveglia presto, che è  la vera ragione per cui sono qua.
Più tardi mentre torniamo a casa lungo via Mascarella con l’asfalto che erutta il calore della giornata e lo scroscio della saracinesca del modo infoshop penso che ho imparato qualcosa lungo questi otto mesi d’assenza: che i posti quando vai altrove rimangono lì e t’aspettano tutte le volte in cui hai voglia di tornare, basta solo ricordarsi di prestare fede all’orario di inizio  dei concerti.

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