Io con Bennato ho un conto aperto più o meno da ventitre anni. Erano i tempi eroici e acerbi della scuola materna, il muro era appena caduto e non c’era giorno in cui io non ascoltassi Il rock di Capitan Uncino. Un giorno i miei genitori mi dissero che l’avremmo sentito dal vivo, un concerto vero. Se avessi saputo contare i giorni sul calendario l’avrei fatto. Della serata ricordo un parcheggio deserto e un omino solitario che indicava ai pochissimi giunti fin lì che il concerto era stato annullato. A casa i miei misero il disco a volume altissimo, mia mamma voleva a tutti costi che ballassi con lei, rifiutai sdegnata.

Questo per dire che mi sono affacciata in Piazza San Carlo con una certa curiosità. Mi sono ritratta, tre minuti dopo con la consapevolezza che non m’era andata poi così male in quel novembre dell’ottantanove.

In piazza Castello andiamo incontro alla fiaccolata NO TAV che arriva da Porta Susa. Sono tantissimi. Ci uniamo ad uno spezzone del corteo, comitato del quartiere Vanchiglia (io sto da un’altra parte, va bene uguale?). Siamo in pieno centro è tutto tranquillo, ma storie e testimonianze dei giorni scorsi  girano di bocca in bocca, nelle parlate strette di chi in valle ci vive. Rivedo le manifestazioni fatte nelle città quando la gente tornò da Genova. Un ricordo remotissimo che vede me, i miei ed un’amica manifestare con un centinaio di persone nelle vie di Porto Azzurro, Isola d’Elba. Tra poco saranno dieci anni.
Sale su un filo d’estraneità per una lotta che ancora non conosco bene e che quindi non m’appartiene del tutto. Un altro filo di vergogna, misto a viltà per non essere stata in Val Susa la settimana scorsa.

Li accompagnamo fino a Piazza Vittorio poi torniamo dal Teatro degli Orrori.

Mi sono persa tutta la querelle sullo scioglimento/non scioglimento del gruppo. So che sta sera suonano per intero il primo disco e che la formazione dovrebbe essere quella che l’ha registrato. Capovilla si presenta come al solito in nero, camicia su ventre teso da alcolista di professione. Attaccano a suonare e una considerevole parte del pubblico del sottopalco se ne fugge rapidamente. Com’è giusto che sia, più avanti pogano. Mi sento sempre troppo ageè per il Teatro, mi chiedono un entusiasmo adolescente che non mi sento di dargli però il concerto è bello, le canzoni le conosco tutte quante e stare a sottilizzare beh non è il caso. Non sottilizza nemmeno PPC con i suoi (pochi per fortuna) proclami contro la televisione cattiva che ci fa tutti stupidi.

L’onestissima Compagna Teresa rimane sempre la mia canzone preferita, la coda del concerto si sfilaccia un po’, le cenerentole sforano oltre la mezzanotte ed è abbastanza chiaro che questa è la ragione per cui non tornano sul palco per un acclamatissimo bis.

Ci spingiamo a dare un’occhiata alla sfilata di moda nel cortile della farmacia. Più pressati che in Piazza San Carlo vediamo tizie e tizi dubbiosi fare avanti e indietro sulla passerella. Il marchio è Born in Berlin, solitamente sbavo sui loro vestiti quando sono sulle grucce del negozio e mi aspettavo che l’effetto fosse centuplicato. Non è così. Non sarò mai una fashion victim. Preferisco le macchine asfaltatrici

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